Che non c’entra (apparentemente) niente.

Oggi nel natio Mandrognistan c’è stato il Gay pride. Il primo. E pure con il patrocinio di sua santità il nostro amato sindaco leghista. Potevo mancarlo?. Potevo barattare un pomeriggio di montagna per un’escursione in pianura con musica?. Potevo. Anzi dovevo: conosco la metà almeno degli organizzatori, una delle mie amiche faceva servizio d’ordine (il lavoro peggiore: bloccare la strada con la macchina e prendersi gli insulti degli automobilisti). In una città il cui motto ufficioso potrebbe benissimo essere “Esageruma Nen” (DEPRIMIT ELATOS LEVAT ALEXANDRIA STRATOS, oltre al fatto che non lo ricorda praticamente nessuno,  nessuno sa bene cosa significa), si poteva pensare ad una allegra parata piena di uomini incalze a rete e tacchi a spillo (“che schifo signora mia” grondava da tutte le testate locali)? Immaginavo di trovarci mezza città (alla domanda retorica di prima rispondo dopo), ma dato appunto che amica numero 1 era là a prendersi stoicamente gli insulti e amica numero due mi ha lasciato a piedi – stavo per dire come al solito – e amica numero tre era a un matrimonio ( e il cugino piacione va alle processioni, ossia alla versione religiosa della faccenda), come sempre in questi casi ho ripiegato sulla parrocchia, pardon, sul sindacato (l’istituzione rassicura protegge sostiene ecc. e poi sono delegato sindacale). Non mi sono spinta sino ad andare in Camera del Lavoro a prendere la maglietta – avevo scaricato scatoloni tutta la mattina- ma a cinque minuti alle quattro stavo marciando di buon passo verso il parco dove solitamente stazionano gli spacciatori di cui ha parlato Brumotti in tv. Sperando di incontrare persone, di trovare almeno il gruppo del mio sindacato, con un fondo di eccitazione e insieme di timore ( soprattutto che fosse un forno, ovvero che non ci fosse nessuno. ) Invece già in piazza Garibaldi ho incontrato persone che a gruppetti si avviavano, tiravano fuori camminando cartelli fai da te, avevano i capelli colorati e le ghirlande arcobaleno. Mi sono imbattuta in un’amica giovane con il figlio di due anni e mezzo ( l’ultima volta che lo avevo visto gattonava) che faceva le bolle di sapone con le sue amiche dell’asilo, tutte con unicorni e tutù multicolori. Le pile gli si sono scaricate verso le sette e mezza di sera, quando papà e mamma cominciavano a dare segni di cedimento. E questo è stato il motivo dominante del pomeriggio: le associazioni, i sindacati ( CGIL e UIL hanno fatto carro comune), l’Arcigay, l’Agedo, le associazioni locali ( che, non ci si smentisce mai, sono riuscite in sti due anni e mezzo a scindersi in due tronconi in mezzo a furiose polemiche – ho amici in tutti e due i tronconi ), tre Drag tre, un paio di giovanotti folcloristici e signorine scollate, e poi tante famiglie assolutamente e risolutamente “normali”, di quelle che piacciono tanto ai benpensanti di ogni colore, in cui i genitori sono di sesso diverso e spesso anche sposati e tanta tanta gente di mezza età e anche oltre, come la sottoscritta. E fortunatamente, l’istituzione che rassicura protegge ecc. si era assicurata il posto all’ombra, una fortuna visto che è scoppiata l’estate, così non siamo morti aspettando il nostro turno. Ho incontrato molta gente, mi sono divertita, ho ritrovato amica n.1 alla fine del corteo, che davvero si era presa gli insulti degli automobilisti inviperiti ( e li aveva dirottati prontamente sui vigili urbani). Gli organizzatori dicono 5000 la questura 3000, in ogni caso un bel risultato ( e i negozi che hanno aderito hanno fatto affari d’oro – pure la mia fioraia che ha il negozio in un luogo nemmeno sfiorato dalla manifestazione, e ha fatto una magnifica vetrina).

Perché parlo di tutto ciò? Perché al netto degli haters che odiano e si scandalizzano, uno dei settori in cui è difficile essere se stessi è lo sport. Qualunque tipo di sport. Le eccezioni sono pochissime, Greg Louganis il tuffatore, il decatleta Bruce Jenner transessuale, forse un rugbista o due ( difficile bullizzare un armadio che può stenderti con una manata). Il grande alpinista francese Marc Batard scrive nella autobiografia ( tradotta in Italia nel 2007 con il titolo La via d’uscita) proprio del senso di isolamento che provava prima della decisione di lasciare tutto e andare a vivere con il suo compagno. Non mi risulta che altri abbiamo seguito il suo esempio.

 

 

Informazioni su alpslover

camminatrice e scrittrice, insegnante e madre - di - gatto, moglie scoordinata e ricercatrice, vive nel profondo nord.
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