Il GIORNO DEI MORTI

Che strano autunno: una specie di estate di san Martino in largo anticipo, senza nebbia, senza freddo tanto che sino al giorno prima bastava una giacca leggera per non sentir freddo e gli occhiali da sole erano necessari per buona parte della giornata; le foglie sull’albero cominciavano appena ad ingiallire.  Il cimitero era quasi deserto, stranamente, perché la festività dei morti era quasi alle porte. Le scarpe risuonavano sul selciato…alcune delle cappelle erano già addobbate con piante e fiori, altre erano polverose e anche sporche, trascurate, abbandonate da tempo non solo dall’incuria ma dalla mancanza di devoti, parenti e amici, che si occupassero del ricordo. In quel giorno feriale c’erano soltanto poche anziane signore.  Intorno al monumento ai caduti c’era già un vaso di crisantemi color ruggine e giallo.

Le cappelle più belle sono le più antiche, con grifoni e volute, addirittura due sfingi e un frontone triangolare, che ricorda più l’Aida che l’antico Egitto. E’ quella della famiglia Aruffo,  che si è estinta, in paese, da almeno una decina d’anni; eppure la cappella continua ad essere in ordine e per la festa c’è sempre un vaso di crisantemi gialli, sempre lo stesso.
Il colonnello Aruffo – ma sulla lapide non viene menzionato il suo grado-  nella fotografia sfoggia una meravigliosa barba darwiniana.  Il colonnello Aruffo, morto nel 1913, non ha fatto in tempo a vedere una guerra mondiale, ma ha acchiappato per la coda il Risorgimento: cadetto nel ’60, tenente a Custoza , nelle retrovie a Porta Pia, distaccato in Africa con compiti di collegamento si trovò di fronte, finalmente, la più grande battaglia di quella spedizione…Adua. Non si può dire che la sua onesta e incolore carriera militare abbia avuto il conforto di molte battaglie vittoriose. A Custoza la gloria gli fu scippata da un sergente della sua unità che ebbe tranciate entrambe le braccia da un colpo di cannone e nonostante ciò continuò a tenere alta la bandiera reggendola tra i denti. L’eroico monco, che miracolosamente sopravvisse alle ferite e il cui monumento  adorna la piazza del Municipio, visse dignitosamente di una piccola pensione in paese. Il colonnello che possedeva una bella proprietà nei dintorni di Abazia, non andò mai a trovarlo.
Ma si fece costruire la cappella con le sfingi. Voleva forse un ricordo dell’Africa, ma il capomastro cui fu demandato il compito, l’unica Africa che conosceva l’aveva vista forse a teatro. Il colonnello aveva una figlia- e anche una moglie che però si è persa nelle nebbie del tempo: perché il colonnello non l’ha voluta con sé nel suo ultimo riposo? E perché la figlia del colonnello non aveva riunito la coppia nell’aldilà?

– Ma donna Armanda, veramente ha voluto così?
L’anziana signora continua a farsi vento con un ventaglio ricamato. Nella piazza non c’è un alito di vento e anche all’ombra la panchina è rovente. Resta impassibile, e aspetta un po’ prima di rispondere.
– Così ho saputo. Quando la nonna di mio marito  morì, il colonnello la fece inumare  a Nizza, nella cappella dei suoi. E dire che qui si era fatto costruire la cappella con le sfingi ed era già pronta. Mia madre diceva che ha tenuto la cappella pronta e vuota per quasi sei anni. Voleva essere il primo ad inaugurarla, si vede.
Ma si tratta di avvenimenti molto lontani. Il colonnello è moto nel 1913 e quando donna Armanda, che nessuno ha mai chiamato signora semplicemente, racconta queste cose, non interessano ormai più a nessuno.  Qualcuno si ricorda a malapena del marito di donna Armanda, il dottor Galanzino, che non era un dottore, ma il segretario comunale, per trent’anni, del paese: donna Armanda era larga due volte lui, che era magro e con i baffetti. Ma i vecchi se li ricordano sulla pista da ballo, simili ad un elefante con il suo domatore, che volteggiavano leggiadri e leggerissimi  sulle note di un tango o di un paso doble. Innamoratissimi. Come non interessa più a nessuno il fatto che negli ultimi anni della vita della moglie il colonnello si fosse convinto di essere stato da lei tradito, per un tenente del suo battaglione, che improvvidamente, pensava, aveva portato in casa qualche volta e invitato alla sua tavola. Giovane simpatico, e di buona famiglia astigiana, il tenente Florio: usava alla signora del suo colonnello, già anziana, quelle piccole galanterie che erano in uso fra gli ufficiali e aveva la divisa splendidamente in ordine e lucida. Buton ca luso… dice il proverbio. Ma forse i  bottoni luccicavano solo nella mente del colonnello e non avevano bruciato o sporcato nessuno, a differenza di quel che il proverbio dice. Il tenente Florio, già capitano, se lo portò via una raffica di mitraglia sul Montello, tre anni dopo il suo colonnello.

Sotto alla fotografia di Rosa Faletti in Bisio, un grande mazzo di fiori gialli.
Qualcuno bussava insistentemente alla porta: prima colpi normali, frequenti, poi vere e proprie manate contro l’uscio di legno a rischio di scardinarlo.
-Signora Rosa, signora Rosa !  –
-Chi è?    Si una finestra al secondo piano, ma apparentemente nessuno si affacciò.
– Sono Anselmo, della Castagnassa
– La Rosa non c’è…è andata ai Mogliotti ieri sera da Conti e non è ancora tornata.
-Non me l’ha detto nessuno.. sarei andato direttamente là.
– Spiacente.
La finestra si chiuse di colpo e l’uomo rimase incerto sotto l’acqua che scrosciava. Si avvolse addosso il tabarro. Poi riprese la bicicletta che aveva appoggiato al muro. Il  viottolo che arrivava alla cascina di Rosa era già fangoso: dovette spingere la bicicletta.  Arrivato in cima, controllò la catena e inforcò la bicicletta: doveva percorrere ancora un tratto di salita, sin quasi alla chiesa, poi fortunatamente avrebbe potuto prendere velocità in discesa. Ma la pioggia era così forte da rendere  quei pochi chilometri pericolosi. Ma non aveva tempo da perdere, sua moglie aveva le doglie già da un’ora, ed era troppo presto, prima del termine, che secondo i calcoli della Rosa doveva scadere solo la settimana successiva, con la luna, che lui, nel frattempo doveva sorvegliare il mosto. Certo quella pioggia non ci voleva: aveva bloccato il dottore a Rocchetta, perché il suo baroccio si era impantanato nel fango, e lui non aveva intenzione di inforcare la bicicletta con quel tempaccio.  Adesso anche la Rosa non si era fatta trovare. Gli stava prendendo l’angoscia. Era il suo primo figlio. Adesso poi che parlavano di guerra in Africa  e volevano fare partire anche quelli della sua leva… Suo padre diceva che si arrivava sempre in tempo per fare una guerra, e aveva ragione.  Se la Rosa era andata a casa dai Conti, voleva dire che anche la loro figliola era in anticipo. E di parecchio, quasi un mese: suo marito era in Germania come stagionale e non era ancora tornato. Non avrebbe visto nascere suo figlio. Chissà come mai i bambini avevano tutta questa fretta di nascere, come se il il mondo non fosse brutto abbastanza, da voler lasciare la tranquillità della pancia della mamma.
La pioggia era più forte  e gli sbatteva in faccia. Riuscì ad arrivare in fondo alla strada. La cascina di Conti era l’ultima della frazione. Anselmo bestemmiò sottovoce: come aveva fatto a non accorgersene? La casa era tutta illuminata, c’era persino una lanterna sopra l’uscio e un’altra era appesa ad un gancio sopra la stalla. Il cortile sembrava illuminato a giorno.
Non vide da nessuna parte la bicicletta della Rosa, ma probabilmente l’avevano portato al coperto, nella stalla. Sperò che fosse così, perché lungo la strada non aveva trovato nessuno. Entrò nel cortile e un cane abbaiò. Non si guardò nemmeno intorno per vedere dove fosse, si augurò che fosse legato e basta. Dovette bussare forte perché il cane continuava a gridare. Finalmente gli aprì Conti.
– Ah Anselmo. Speravamo fosse il dottore.
Anselmo cominciò a sudar freddo: se anche loro aspettavano il dottore, le cose andavano male.
Conti si girò e disse all’interno:
– No, è l’Anselmo della Castagnassa.
C’erano delle donne, e lui conosceva solo la moglie di Conti, Teresa; le altre forse erano delle vicine.
Dal salotto venne fuori la Rosa, era una donna alta, sulla quarantina, con i capelli corti e ricci. Aveva addosso un paio di vecchi pantaloni di velluto, forse del marito, tenuti su da una cinta di cuoio.
Come lo vide, le si incurvarono le spalle:
– Non mi dire… si sono rotte le acque?
Anselmo annuì. Rosa si avvicinò alla sua borsa e aprì un quadernetto. Era una donna precisa e teneva un diario di tutte le gravidanze che seguiva. C’era chi diceva che così conosceva i segreti di tutte le famiglie tra Masio, Quattordio e Rocchetta e anche più in là.
– Quando?.
Anselmo si cavò dalla tasca l’orologio di suo padre.
– Da due ore ormai…- Lei annuì.
– Sai se aveva contrazioni?
Contrazioni? Fece un gesto impotente.
– E’ da sola?
– No, da quando ha cominciato a lamentarsi ha chiamato la sorella.
Rosa strinse le labbra.
– Vedi Anselmo, io da qui non posso proprio muovermi, mi dispiace. E’ il primo figlio, e ci vorranno almeno ancora tre ore prima che succeda qualcosa. Tu intanto vai a casa e chiedi a tua cognata. Lei ha già avuto la bambina, queste cose le sa.
Anselmo voleva dire qualcosa, ma si accorse che tutti lo guardavano fisso, quasi suggerendogli di andarsene, ma incapaci di dirglielo apertamente.
Qualcuno si avvicinò a Conti e gli disse qualcosa in un orecchio.
– C’è la macchina – disse- vado giù a prendere il dottore.
– Speriamo- disse Rosa
Anselmo dovette uscire con lui. Fuori dal cancello c’era una grossa auto nera. Anselmo non ne aveva mai vista una uguale, e soprattutto non sapeva chi in paese ne avesse una simile.  Conti aveva la luce elettrica, ma quella grossa macchina era di qualcuno molto più ricco. Cercò di dare un’occhiata all’interno, ma non riconobbe nessuno.
– Arrivederci Anselmo, speriamo bene- gli disse Conti dandogli la mano. Anselmo la prese e capì che doveva proprio andarsene. Conti lo aiutò a salire in bicicletta e gli diede una spinta. Con la coda dell’occhio Anselmo lo vide avvolgersi il tabarro intorno alle spalle. Andando in discesa ci mise pochi minuti a scendere la collina: ma rischiò almeno un paio di volte di ribaltarsi per la pioggia. La lunga pedalata era stata inutile. Il dottore non c’era e nemmeno Rosa poteva venire. La casa era come l’aveva lasciata, ed entrando pensò che forse poteva accendere almeno un lume in cortile. Passò dalla stalla. I buoi al suo passaggio si agitarono. Sua suocera era seduta in cucina e sorvegliava un pentolone sul fuoco.
– Niente ancora?
La vecchia scosse la testa stringendosi nello scialle di lana blu.
– E Rosa?
-Non può venire. La figlia di Conti sta già partorendo ed è una cosa difficile, pare.
-Già? Ma non doveva nascere dopo il tuo?
Anselmo non lo sapeva, ma se era così si spiegava la preoccupazione di Rosa e il suo rifiuto di lasciare la partoriente anche solo per mezz’ora. Sperò che il dottore ce la facesse a salire con la macchina. Magari Rosa lo avrebbe convinto a venire anche da loro.
Si scosse bruscamente. Doveva essersi addormentato, perché faticò a rendersi conto di dove si trovava. Era tutto silenzio e si spaventò. Anche la luce era spenta e si vedeva solo il riverbero del fuoco nel camino. Era talmente buio che non si accorse che la porta della cucina era chiusa e andò a sbatterci dentro. Annaspò in cerca della lampada a gas. Nell’ingresso c’era una bicicletta:  Rosa doveva essere arrivata. Improvvisamente si aprì la porta in cima alle scale, quella che dava sulle camere da letto, e uscì sua cognata con una bacinella in mano.
– Ma sei qui? Credevo che dormivi. Va giù a far scaldare ancora dell’acqua per gli asciugamani.
– E’ arrivata Rosa? E adesso che succede?
– E’ arrivata più di mezz’ora fa. Va tutto bene.
Gli cacciò la bacinella in mano e gli sbatté la porta in faccia.
Non gli restò che fare come gli era stato detto. Restò a guardare la pentola sul fuoco tentando di cogliere i suoni che provenivano dal piano superiore. Quando bussò con la bacinella in mano sua cognata nemmeno lo fece entrare. Così tornò in cucina e si mise a sedere a tavola. Presto si addormentò di nuovo. Si svegliò che una mano lo stava scuotendo ed era quella di sua cognata.
-Oh! Dormi ancora?
Anselmo si svegliò del tutto quando sentì piangere forte e balzò i piedi rovesciando la sedia.
– Ma allora è nato!
– Altroché- gli rispose sua cognata con un sorriso- Va un po’ su a vedere…
Si precipitò, ma sua cognata lo richiamò indietro.
-Anselmo ’spetta.
-Che c’è ancora- chiese improvvisamente preoccupato.
-Anselmo, è una femmina.
– Va bene, va bene.
Rosa era in cima alle scale con qualcosa in braccio e come lo vide gli porse un fagotto urlante, piangente e bruttissimo.
– Ah.- Anselmo si bloccò.
– Guarda qui, è bellissima, un amore. Vedrai che quando tua moglie la prende in braccio si calma.
-Sta bene? – mormorò cominciando ad agitare le braccia al tempo di un silenzioso ritmo interiore.
La bambina non smise di piangere, ma dopo un po’ le sue su urla si fecero meno forti.
– Ora dorme. Lasciala riposare: è andato tutto bene, ma non è una passeggiata.
In cucina, sua cognata andò nel sottoscala a prendere una bottiglia di barbera di quello buono. Rosa ne bevve una lunga sorsata.
– Adesso torni da Conti?
Rosa finì di bere e si avvicinò alla bicicletta.
– No, l’hanno portata all’ospedale, non hanno aspettato il medico. Io me ne torno a casa.
Aprì la porta.
-Guarda, ha smesso di piovere.
Pochi giorni dopo, Anselmo venne a sapere che la figlia di Conti era morta all’ospedale di Alessandria, dopo aver dato alla luce un bel maschietto. Il marito della ragazza non tornò dalla Germania nemmeno per i funerali. Continuò a chiedersi di chi fosse la macchina nera.
La tomba di Rosa è moderna, un parallelepipedo di marmo rosa di Carrara chiuso da una vetrata.
Tanta gente aveva conosciuto Rosa Faletti sposata Bisio (il marito era un forestiero): tanto bambini erano venuti al mondo grazie a lei- più di una generazione, in effetti, quando le donne partorivano in casa e solo raramente chiamavano il dottore. Eppure a molti di quelli che passano e sono giovani e sanno solo  che si nasce e si muore in ospedale, perché per loro si fa così e non hanno mai viso altro, quello è il cognome di un comico. Anzi di due.

Mi sono sempre chiesta chi metta o procuri i crisantemi gialli nella cappella con le sfingi, ma in giro non c’è nemmeno lo scaccino, l’impiegato tuttofare del comune con funzioni di becchino, muratore, stradino e vigile urbano extra durante la Festa del santo Patrono, per il 25 aprile e in qualche altra ricorrenza. Ma è un giovanotto che è lì da poco e probabilmente delle storie dei suoi compaesani non ne sa molto.
Non ne sa molto nemmeno della “cara memoria” del soldato Aristide Lupoli, morto per la patria il 22 novembre 1915 a trentadue anni, o, come si diceva, nel fiore degli anni. Già sposato,  e con casa e campi ai piedi della collina, quella cartolina precetto, che lo toglieva dal lavoro e dalla famiglia, abile e arruolato, e lo aveva spedito su una tradotta per Trento e Trieste in quella prima estate di guerra era stata per tutti una vera sciagura. La moglie aveva scritto al sindaco di Masio, il parroco al suo vescovo, il sindaco al suo deputato (socialista – quindi sensibile al problema). Insomma, si toglievano all’economia forze necessarie e la guerra la si faceva non solo al fronte, ma anche e soprattutto nelle retrovie. Tutto inutile: non solo perché la macchina bellica lontana era del tutto indifferente alle vite di chi veniva spedito in prima linea, specie se era un signor nessuno di un qualunque paesino della prima collina piemontese, poi perché, prima che le suppliche raggiungessero il distretto di Alessandria e poi Genova e poi il Ministero della Difesa a Roma, il povero Aristide Lupoli aveva già incontrato il suo fato.
La tradotta, poco più che un carro bestiame, aveva dipinto su una fiancata: W Trento e Trieste! I fanti avevano ricevuto un addestramento, per la verità abbastanza sommario, in caserma ad Alessandria. Ora erano ammucchiati sulla pensilina, con gli zaini pesanti e in armi, rifocillati dalle dame della San Vincenzo. La maggior parte di loro aveva un ‘idea molto vaga di dove si trovassero Trento e Trieste o perché si dovesse fare la guerra a Cecco Beppe e al Kaiser. Qualcuno diceva apertamente, ma sottovoce, per non farsi sentire dal sergente e dal tenente, che a loro,  a far al guerra, non ne sarebbe venuto nulla di buono. Nella calca, qualcuno urtò Aristide da dietro. Lui si voltò e si vide davanti un piccoletto, neanche tanto giovane, carico di uno zaino che pareva più grande di lui. Il piccoletto gli tese la mano.
– Migone Giuseppe, falegname. XVII artiglieria?
Aristide annuì.
-C’è qui la tua donna?- disse guardando di sottecchi due che si baciavano appassionatamente dimentichi delle risate e delle urla intorno a loro.
Aristide scosse il capo.
– No, neanche la mia. L’ho mandata a casa. Mi sono sposato stamattina- terminò ridendo. Evidentemente quel matrimonio  non doveva avergli dato la felicità, se  alla luna di miele aveva preferito la tradotta. Mentre stava ancora lì a pensare, passò una ragazza, bellina, con i capelli rossi. Al falegname la risata era rimasta stampata in faccia.
-Marta…
Poi era successo il finimondo: spari, grida, il tenente che afferrava la ragazza in preda ad una crisi isterica, i carabinieri. Li avevano sospinti di corsa dentro al treno, anche il Migone, che era il destinatario, evidentemente, delle revolverate. Ma la ragazza non lo aveva colpito.
– Dovevo sposarla- Aveva detto ad Aristide in tono di scusa.
– Ma non ti eri sposato stamattina?
– Ah sì, ma non con lei.
Aristide e Giuseppe erano diventati amici sulla tradotta e poi si erano trovati davanti all’Isonzo, nella stessa postazione. Che un artigliere austriaco aveva centrato con notevole precisione proprio il 22 novembre 1915.

Le tombe più tristi sono quelle dei ragazzi, dei bambini: un tempo per loro era prevista la statua regolamentare dell’angioletto piangente. Nemmeno così triste, sovente solo brutta. Molto dipendeva certamente dall’abilità dello scultore – ma qui in campagna di solito bastava uno scalpellino. Adesso, invece, queste cose non si vedono più, perché nei loculi – nei cassetti, li chiamo io- non c’è più posto per queste cose. Adesso ci sono fotografie, animali di pelouche, fotografie, fiori, giocattoli: tutto molto più triste e più vero, il dolore dei parenti e degli amici sbattuto lì sotto gli occhi di tutti. Forse è meglio così, forse le persone hanno smesso, finalmente di prendersi in giro, e di sopportare compostamente il loro dolore.

– Ma sì, mamma, non è successo nulla di particolare. Abbiamo fatto il corteo e sono qui vicino al parroco. Sul lungomare, a Foce, dove siamo venuti a vedere il Salone Nautico con papà. Adesso giriamo verso la stazione. Non lo so Poi ti dico.
-Pronto radio Popolare…Avete un elenco degli arrestati?…Mio figlio è a Genova da venerdì e non risponde più al telefono.
-Pronto Radio Popolare?…In piazza Kennedy ci sono gli elicotteri a venti metri da terra…Sembra di essere in Vietman ,ditelo! Cazzo.ditelo!
-Pronto, Radio Popolare?…Io non so che cazzo è che hanno usato ma ho tutte le braccia piene di bolle!…E’ il gas ti dico, il gas!
-Allora?… mi passi in diretta o no?!…Caaazzo! Caricano! Caricano!
-Pronto mamma… Ma sì che sto bene. Qui è successo il finimondo… No, guarda, da dove ero io, ho visto solo la polizia che caricava e gli elicotteri, non i Black Block. Mah, a dir il vero non lo so, siamo tornati verso Corso Europa. Non credo che sia facile arrivare in stazione. No, il parroco non l’ho più visto. Siamo rimasti separati dalla carica della polizia, con Marzia, e Paolo e Valeria. La radio dice che hanno ucciso un ragazzo vicino a corso Torino, è vero, lo hanno detto anche in tv? No perché la radio ha tanta gente qui, è Radio Popolare, Paolo ha il walkman e ad un certo punto hanno cominciato a dare indicazioni su come sganciarsi dalla polizia.  Quindi siamo a posto. No, cerchiamo di trovare un passaggio o un mezzo, per andare da una cugina di Valeria che abita a Quarto. Ma no, le ha già telefonato e se non troviamo nulla cerca di venirci a prendere con la macchina. No, dice che è nel Genova Social Forum, ma ci prende in casa, ci sono dei posti, dei dormitori, ma non abbiamo nulla, non pensavamo di fermarci. Mamma, se è vero che hanno ucciso questo ragazzo, dobbiamo esserci domani, alla manifestazione, non si può fare così. Ma cosa dici, mamma, te l’immagini don Giovannino che spacca una vetrina? Anzi se lo vedi, o se lo senti al telefonino digli che stiamo bene e non ci è successo nulla, e che si prenda quel treno per tornare in Alessandria, se ci riesce.

Pronto mamma, siamo a Quarto, ma si è passato un autobus, figurati. Si stiamo guardando la tv la cugina di Valeria ha anche messo la radio. Così si chiamava, Carlo Giuliani. Con quello che abbiamo visto figurati se ci credo, quello era uno come noi, mica un delinquente. Anche don Giovannino è rimasto? Meno male provo a chiamarlo al telefonino. Alla scuola Diaz… sì è uno dei posti che ci avevano detto all’arrivo. Peccato, magari poteva venire qui anche lui. Che paura eh, mamma?. Ma adesso stai tranquilla che adesso siamo al coperto e domani dopo la manifestazione, la cugina di Valeria è disposta a portarci a casa lei, figurati.

Già, sono stai fortunati. Don Giovannino meno, visto quello che è successo alla scuola Diaz  Però anche il nostro ragazzo, Walter non ha avuto molta fortuna. Tornando a casa da una festa di capodanno, due anni dopo… un colpo di sonno, e ora riposa qui. Un vero peccato. Come tanti bambini e ragazzi morti di malattia o per caso. Pazienza. Io sono stata fortunata, ho avuto una lunga vita, molto lunga… più di cent’anni. Ho avuto figli nipoti e pronipoti e ho corso in bicicletta tanto, proprio come la Rosa. Che era molto più giovane di me…
Adesso, tutti gli anni faccio un giretto qui, per vedere se la mia tomba è ancora in ordine. Ci pensano i miei nipoti. Rose rosa, le mie preferite…Non mancano mai, anche se certo non durano a lungo con questo tempo freddo. E poi i crisantemi gialli, quelli piccolini. Molto bene. Peccato che l’accompagnatrice, adesso si dice badante, ma che brutta parola, di mia cugina abbia portato questi strani fiori finti…Ma pazienza, la vita continua, lo vedo da qui.

Note.
Le  persone citate (la famiglia Aluffo, Aristide Luponi) sono persone realmente esistite, la cui storia mi sono divertita ad immaginare. Quanto è scritto è quindi totalmente una mia invenzione..

La sparatoria in stazione è liberamente ispirata ad un fatto di cronaca raccontata da “L’Avvisatore” in data 18/ 12/1915 e citata in Pietro Gallo, Alessandria,1914-1922: socialismo, guerra, fascismo, Alessandria, Edizioni Il Piccolo, 1992, pag.42.

Le telefonate relative al G.8 di Genova sono reali e tratte da Ma libera veramente. Trent’anni di Radio Popolare: Voci, PArole e Immagini,  Milano, Kowalski Editore, 2006, pagg.46-47.

Informazioni su alpslover

camminatrice e scrittrice, insegnante e madre - di - gatto, moglie scoordinata e ricercatrice, vive nel profondo nord.
Questa voce è stata pubblicata in Uncategorized. Contrassegna il permalink.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.