(spoiler, sta per arrivare il solito post in aggiornamento sui mercatini di Natale, perché anche quest’anno mi-ci-vi tocca, e c’è la coppa Davis, che mi sembra un secolo fa che sono andata a Torino, e invece era nemmeno una settimana)
Torniamo in Slovenia che è meglio, che così avete un suggerimento su dove andare a Natale (immaginate il lago di Bled con le decorazioni natalizie e la neve). Senza contare che in Sloveni si scia tanto e benissimo , e non solo nel comprensorio olimpico di Kraniska Gora.
Il mare, comunque.
Il mare della Slovenia è quello del golfo di Trieste, perché il crollo dell’ex Jugoslavia ha tagliato l’Istria più o meno a metà, con la parte settentrionale alla Slovenia, e quella più meridionale con Pola e Fiume alla Croazia.
Sino a poco tempo prima avevo visto solo Capodistria, che è un piacevole borgo veneziano. Ci siamo passate, ma la nostra meta era Izola (Isola), un altro piacevole borgo di stradine e viuzze, una chiesa dedicata a San Giorgio con – guess what- un campanile veneziano. La piazza centrale è dedicata a Tartini (pensate a quanta gente è nata in Istria, da Mario Andretti- questo è un omaggio al Grande Longo che è un fan) e ha una forma elicoidale. Davanti il porticciolo turistico, con le barche dei pescatori.
Izola
Se Izola è un po’ come Varazze , la vicina Portoroz è come Cogoleto un po’ più posh, con i grandi alberghi di epoca liberty e quelli moderni molto più brutti. Ma il vero tesoro è a pochi km da lì e sono le saline, una oasi naturalistica meravigliosa, in cui è facile incontrare aironi e altri uccelli. Le saline sono in esercizio dal medioevo e ora non si parla più di sfruttamento, ma di mantenere una piccola produzione “storica “. L’ingresso costa sette euro e sono davvero ben spesi : ho trascorso qualche ora di pura e totale contemplazione.
Interrompo un attimo la serie sulla Slovenia perché questo week end a Torino ci sono le Nitto ATP Finals, e la vostra umile amanuense si è presa una pausa dalla solita bronchite autunnale ( che non è colpa della Slovenia e nemmeno del weekend di lavoro a Bologna – sempre bella Bologna ma un po’cambiata dall’ultima volta- ma probabilmente dei treni che ho preso) ed è andata a vedersi un incontro . E che incontro, l’ultimo del round robin del gruppo Nastase tra Sinner e Medvedev.
Se volete vedere le semifinali di oggi e la finale, se e dico SE trovate ancora qualcosa, preparatevi a lasciarci la tredicesima che non avete ancora ricevuto. In sei mesi i prezzi sono quintuplicati. Sì perché noi i biglietti li abbiamo presi quando sono usciti, ossia totalmente al buio ( i round robin sono sorteggiati sul momento) e potevamo beccarci Pinko Pallino contro Pincopallo E SAREBBE ANDATA BENE LO STESSO. Tra l’altro Sinner non era ancora il n.1. Lo scorso anno per dire il giovedì era stato Djokovic Sinner e dato che Amica Giovane aveva in cameretta il poster del Djoker anziché quello della boyband di riferimento potete immaginare l’entusiasmo (spoiler: io avevo quello di Piero e Raimondo D’Inzeo, e per me entrambe le passioni, tennis ed equitazione voglio dire, sono finite quando un ortopedico ha detto che con la scoliosi che si ritrova questa bambina è meglio che faccia del nuoto . Posto naturalmente che su un cavallo riuscirei ancora a starci, probabilmente: naturalmente se i tendini mi permettono di arrampicarmici sopra, al cavallo).
Il tennista preferito di mio padre era Ilie Nastase, e di Nastase deve essere il primo incontro di tennis che ho visto, in tv. Perché quando ero bambina la dannata tv generalista ti faceva vedere tutto, i Wimbledon , i Borg, McEnroe, Nastase, per non dire Panatta e Bertolucci (Panatta tra l’altro uno dei pochi commentatori ascoltabili su qualunque piattaforma). Più o meno diciamo sino a Lendl (uno simpatico quanto il Djoker se non di più-è ironico, neh, per dirla con mio padre cme na brancà ad ciò, come un mucchio di chiodi). Poi boh è diventata una faccenda privata.
Quindi devo dire che sono stata molto contenta di vedere Nastase dal vivo e ieri sera si è innescata una discussione con il Cugino Piacione che sosteneva che Nastase non fosse proprio così in forma come io sostenevo. Comunque, armati della nostra buona fortuna siamo arrivati alla Inalpi Arena alla spicciolata: l’amico che ci aveva procurato i biglietti, è entrato a vedersi il doppio, Amica giovane è uscita dalla banca e ha aspettato il tram, io ho lasciato a metà un evento al lavoro con i presenti che dicevano “va a vedere il tennis” e mi sono scapicollata un’ora di strada e un’auto in fiamme sull’autostrada con relativo patema, e con il secondo patema dell’oddio,e se non trovo parcheggio? Che è il vero problema della Inalpi Arena (per intenderci è il vecchio stadio del Toro) e di tutta quella zona. Invece ho avuto un notevole lato B e ho trovato un comodo stallo in corso Unione Sovietica esattamente a 5 minuti a piedi certificati da Google dai tornelli (ma è sul marciapiede, mi è stato detto poi. Perché, le altre auto dove sono parcheggiate?)
Devo dire che il colpo d’occhio era impressionante e il boato dei tifosi faceva veramente Colosseo con i gladiatori. Non essendoci mai stata sapevo solo che era il lato nord, ma gli steward sono stati tutti gentilissimi e io ho trovato i posti subitissimo. Devo dire che è come il balletto: dalla platea vedi bene il gesto, dalla galleria il gioco. Poi sono arrivati gli altri con il cibo e finalmente è cominciata. Devo dire, una bella divertente partita, specie nel secondo set dove Medvedev ha venduto cara la pelle.
Le Finals sono un grandissimo affare per Torino, e i prezzi in generale esorbitanti, ma l’organizzazione è stata perfetta e con l’ingresso a dieci euro al Fan Village e il maxischermo c’era moltissima gente. Security molto presente, ma non particolarmente asfissiante: essendo un’anziana signora nemmeno il metal detector.
Pur avendo non tantissimi giorni a disposizione, come nostro costume abbiamo infilato un giorno di escursioni (abbiamo vuol dire che qualcuno cammina io a un certo punto faccio la faccia contrita e lascio Amica giovane andare che è inutile che stia dietro a me). In Slovenia dire che c’è l’imbarazzo della scelta è un eufemismo: già solo intorno al lago di Bled (in questo week end affollato e trafficatissimo) c’è un reticolo di sentieri e piste ciclabili; intorno al lago stesso c’è un sentiero, anche quelli ciclopedonale, che lo circonda ed è di circa sei km.
Per l’escursione abbiamo scelto una valle, non proprio a caso, ma perché in diverse persone ce ne avevano parlato (a quanto sembra, io e Amica Giovane siamo state le ultime ad aver scoperto la Slovenia, un’amica sua ci ha consigliato la torta di Bled, e aveva ragione, e ben due amici maschi hanno magnificato le foreste e i laghi, soprattutto il marito di Ornella, pescatore per passione, che ha una foto incorniciata del lago in salotto, e in effetti, almeno a Bled , il numero dei pescatori era decisamente alto). La Logarska Dolina non è lontanissima da Bled, dato che si trova a nord di Liubljana ma per arrivarci Maps ci ha fatto risalire verso il confine austriaco, attraversarlo, scendere e poi risalire a riattraversare il confine; in più abbiamo visto un cartello che indicava panoramiki o qualcosa del genere Cesta (la prima parola che abbiamo imparato in sloveno è appunto cesta, strada) e vuoi non fare una strada panoramica? che lo era davvvero, e infatti avviamo avuto magnifici scorci sulle montagne della Logarska dolina dall’altro versante, panorami mozzafiato e tutto il foliage che riuscite a immaginare, ma era larga un metro, e dopo un po’ diventava sterrata – per la verità con un fondo decisamente più compatto di certe nostre strade asfaltate piene di buchi. E siamo state abbastanza fortunate da non incrociare nessun veicolo che arrivava in senso opposto nei punti più stretti.
E in ogni caso , in ogni versante pareva sempre di stare in Carinzia, appunto quel che era la Slovenia sotto Cecco Beppe (se non ci credete vi consiglio due libri di Martin Pollak, tutti e due editi da Keller, Il morto nel bunker e La donna senza tomba che raccontano proprio il complicato puzzle di questi territori e di chi ci ha abitato.)
Comunque se dio vuole siamo arrivate a Solčava che è il capoluogo del distretto, e finalmente abbiamo visto Logarska dolina, e siccome non avevamo idea di quanto fosse lunga, la valle prima è piatta e verde poi comincia a salire e si restringe, a un certo punto abbiamo lasciato l’auto nel primo spazio disponibile e abbiamo deciso di prendere il sentiero a fianco della strada (uno dei molti). E abbiamo iniziato a vedere ampi tratti del tracciato franati, al punto che in alcuni punti abbiamo camminato sul greto asciutto del torrente Savinja. A un certo punto abbiamo trovato le indicazioni per una cascata e siccome immaginavo che Amica Giovane avesse più voglia di me di inerpicarsi (gli scarponi sono ancora in fase di rodaggio per me e il giorno prima avevo capito che un altro paio di scarpe da walking potevo metterle giusto in ufficio, quindi non ero felicissima). Per cui mi sono seduta sulla prima panchina disponibile, l’ho salutata: lei ha detto, ok se non ti trovo più qui, proseguo lungo la strada asfaltata. Perché stanca e zoppicante ok, ma proprio morta anche no.
Infatti ho ripreso la strada, scoperto che il sentiero che amica giovane aveva imboccato era giusto una scorciatoia che tagliava il tornante, ritrovato il sentiero principale su cui campeggiava un bel cartello di divieto, che comunque non impediva di oltrepassarlo, trovato una radura con una splendida vista sulle montagne e poi passo dopo passo sono arrivata alla fine della strada (che poi scendendo il dislivello fatto si vedeva benissimo) al bar pod slapom (sotto la cascata) che si vedeva in alto. Dove un cartello del gestore spiegava che in luglio erano stati inondati due volte dalla piena del torrente e se l’ambiente intorno pareva un cantiere non era colpa loro. Ho mandato un sms ad Amica Giovane dicendole che ero arrivata in fondo alla strada e mi avrebbe trovato lì. E poco dopo ci siamo prese la birra (e il caffè, perché io di tanto in tanto ne ho bisogno), che lei soprattutto si meritava. Tra il fondovalle e la cascata ci sono circa 200 m di dislivello belli secchi. e sotto la cascata medesima c’è un piccolo rifugio proprio a picco.
Poi abbiamo dovuto scendere, e soprattutto cercarci un posto in cui cenare prima di tornare a Bled, senza più rifare la trafila dell’andata. Vi dirò, non è stato facilissimo: alcuni ragazzi in un bar ci hanno detto ch non c’era nulla per km , ma se trovavamo qualcosa da mangiare poi potevamo tornare a bere con loro… finalmente in un paesino di nome Luče, grazie al solito maps, abbiamo trovato un ristorante/pizzeria aperto, e con buone recensioni. Era pieno di gente del posto che mangiava, prendeva un the, e poi, abbiamo scoperto dopo, andava alla funzione religiosa, al cimitero, che era proprio di fronte (era la sera di ognissanti) a lasciare candele e lumini accesi che riempivano di luce tutto il luogo.
Noi abbiamo cenato benissimo, speso molto poco in rapporto ai prezzi di qualunque posto e poi abbiamo fatto come i locali (una full immersion insomma, memori, Amica Giovane soprattutto, di quanto detto dai ragazzi nell’altro bar, ossia che la gente va a bere portandosi dietro qualcosa da mangiare, magari la pizza presa di fronte. ) Non vi dico come è finita ma comunque siamo tornate a Bled alla tardissima ora delle 21, e io ho guidato giù per un sacco di tornanti e avendo sbagliato una svolta abbiamo fatto un giro turistico per la periferia di Liubljiana.
Un lago nuovo, visto che i soliti (Mergozzo o Garda che sia ) li frequentiamo da sempre e comunque ho trovato qualcosa di nuovo da fare anche lì.
Per il ponte lungo di Ognissanti siamo espatriati in Slovenia, il che ci ha concesso si contenere i costi e di combinare escursioni e arte (abbiamo previsto una puntata anchea Liubljana che da dove siamo è a mezz’ora di strada)
Il lago di Bled con Kraniska Gora è uno dei luoghi più turistici della Slovenia e per molte buone ragioni: è un paradiso per chi pesca (tutti i miei amici pescatori ci sono stati), puoi nuotare nel lago e navigare per lo più a remi (la prima non proprio in questa stagione) ha una ciclopedonale che lo percorre interamente, un Castello (biglietti di accesso una quindicina di euro) e innumerevoli bar e ristoranti. E il panorama è incantevole
Sempre se riusciamo ad evitare alluvioni e altri malanni, l’autunno è una stagione meravigliosa per andare in giro in montagna, anche con le mie instabili caviglie, a vedere lo splendore dei boschi – o foliage se siete alla moda. Ho sperimentato anni fa quanto può essere bello l’autunno di Bressanone (purtroopo l’ultim volta è stato nel 2021, ma non demordo, chissà)
L’autunno nei dintorni di Bressanone è una stagione di meraviglie cromatiche e sensoriali. È un’esplosione di colori e attività che celebra la natura, la cultura e la tradizione del territorio. Questo periodo dell’anno offre una tavolozza di sfumature straordinarie, con i rossi vibranti e i gialli dorati degli alberi decidui che contrastano con il verde intenso dei pini e degli abeti. È il momento ideale per immergersi nella bellezza del paesaggio e vivere esperienze indimenticabili sia all’aperto sia al chiuso.
Magia dei colori e fotografia del paesaggio
Le foreste, le colline e le montagne di Bressanone si vestono di colori spettacolari in autunno, creando scenari perfetti per gli appassionati di fotografia. Gli alberi che cambiano colore e le vedute panoramiche offrono infinite opportunità per catturare immagini mozzafiato. Le escursioni al tramonto, come quelle organizzate da Bressanone Turismo, permettono di godere di paesaggi incantati sotto la luce dorata del sole calante.
Tradizioni e sapori d’autunno
L’autunno è anche la stagione del Törggelen, un’antica tradizione sudtirolese che celebra la fine della vendemmia. Durante questo periodo, le taverne locali offrono gustosi piatti altoatesini e il delizioso profumo delle caldarroste riempie l’aria. Partecipare a una delle escursioni del Törggelen, che si svolgono ogni martedì e giovedì dal 1º ottobre al 7 novembre, è un modo perfetto per vivere questa tradizione e gustare le specialità locali accompagnate da un bicchiere di vino novello, nonché scoprire come preparare i famosi canederli.
Escursioni e attività outdoor
Bressanone offre numerose opportunità per escursioni autunnali. Il mercoledì, dal 25 settembre al 16 ottobre, è possibile partecipare a un’escursione sulla Plose, la montagna di Bressanone, che offre panorami spettacolari delle cime delle Odle e del Sass de Putia. Il Sentiero dei masi di Caredo, lungo 5,3 chilometri, è un’altra opzione ideale per chi desidera esplorare la vita dei contadini di montagna e godere di viste panoramiche. Il percorso delle sette chiesette sul Monteponente offre un viaggio nella fede cristiana con una processione annuale organizzata dal Decanato di Bressanone. L’area di Spelonca, sopra Varna, è un altro luogo affascinante da esplorare, con un antico mulino, un vecchio forno e numerose piante medicinali.
Offerta ciclistica a Bressanone
Oltre alle escursioni, Bressanone è un vero paradiso per gli appassionati di ciclismo. Con una rete estesa di piste ciclabili ben segnalate, la zona offre percorsi adatti a tutti i livelli, dai principianti ai ciclisti più esperti. I percorsi si snodano attraverso paesaggi mozzafiato, attraversando vigneti, boschi e pittoreschi villaggi alpini.
Il Brixen Bikepark sulla Plose è un’attrazione particolare. Con i suoi diversi percorsi, offre una sfida perfetta sia ai principianti che ai biker più esperti. I percorsi variano per difficoltà e terreno, in modo che ogni ciclista abbia il suo tornaconto. Per chi preferisce qualcosa di meno impegnativo, la pista ciclabile della Valle Isarco è perfetta, offrendo un tragitto più dolce lungo il fiume, ideale per famiglie e ciclisti occasionali.
Per i più avventurosi, i tour guidati in mountain bike offrono l’opportunità di esplorare sentieri nascosti e imparare di più sulla flora e la fauna locali. Inoltre, numerosi noleggi di biciclette e punti di assistenza sono disponibili in città, rendendo facile e conveniente godersi una giornata sulle due ruote. Da non perdere il MOUNTAINBIKE TESTIVAL, appuntamento dal 19 al 22 settembre con i più rinomati produttori di bici e un ricco programma di tour, discussioni e percorsi per testare i nuovi modelli gratuitamente.
Sperando che nel week end l’ennesima perturbazione sia passata (qui a Mandrognistan Ville e in tutto il Piemonte siamo alle porte di un anniversario “pesante”, quello dell’alluvione del 1994), vi suggerisco altri tre villaggi particolarmente pittoreschi e anche un po’ più turistici, che pare di essere in Costa Azzurra, ma no, si è ben al di qua del confine. Dolceacqua, Bussana Vecchia e Triora, andando verso est.
La più vicina al confine è Dolceacqua, nelle immediate vicinanze di Ventimiglia: già feudo dei Doria, con un ponte medievale ritratto da Monet (e da innumerevoli pittori molto meno bravi). Il villaggio al di là del ponte con i suoi negozietti e ristorantini restituisce un’atmosfera antica, e vi fa fare tanti scalini. noi abbiamo trovato un micio molto cordiale che dormiva in un vaso e ho faticato a non portarmelo via.
In realtà, anche la parte “moderna” ottocentesca lungo la strada è molto graziosa.
Il mio preferito è Bussana Vecchia, il sobborgo di Sanremo disabitato a causa di un terremoto che aveva devastato Diano Marina e tutti i dintorni. E’ una comunità di artisti, che hanno colonizzato le case rimaste abbandonate dando vita ad un esperimento che, anche se ormai molto diverso dalle idee libertarie dei suoi fondatori, rimane vivo e soprattutto mantiene in vita gli edifici che hanno resistito a ogni tentativo di abbattimento da parte delle autorità (più recentemente, dal demanio) E sono le rovine a dare al luogo un innegabile fascino.
Anche qui ci sono gatti dappertutto, e cartelli che invitano a lasciarli in pace, che sono amati e nutriti
L’ultimo borgo è Triora, il paese delle streghe, dove si ricorda che tra il 1587 -89 alcune donne del posto furono accusate di stregoneria e processate
Ma Triora non è solo un luogo di antiche mura e case addossate le une alle altre (e sì c’è anche la statua del gatto nero che campeggia un po’ ovunque): fa parte del parco delle Alpi liguri, l’area protetta più a ovest della regione, che arriva a lambire l’imperiese (il territorio di Borghetto d’Arroscia da dove siamo partite). Devo dire che è proprio quella parte ad avermi colpito particolarmente, specie per la presenza di grandi boschi – che ora in aututnno saranno particolarmente suggestivi.
Questa mattina mentre ero in pausa caffè è arrivata questa notizia che linko: http://buff.ly/4eCB0sU ( se non leggerete il National Geographic in Inglese, vi sintetizzo)
Il cineasta Jimmy Chin (è quello che ha filmato Free solo per capirci) stava lavorando nella parte inferiore del ghiacciaio di Rongbook, sul versante settentrionale dell’Everest, quello tibetano, quando ha notato alcuni resti che si sono rivelati elementi di vestiario con un’etichetta, A..D Irvine. Sandy Irvine è il compagno di strada di George Mallory, visto l’ultima volta dai compagni di spedizione Sommerville e Odell poco oltre il Second step. Prima di scomparire definitivamente.
Per un secolo questo è stato il mistero dell’alpinismo. Se Mallory e Irvine sono morti, sono caduti prima o dopo essere arrivati in cima ( non cambia in realtà nulla, per la storia, Hillary e Tenzing Norgay sono comunque i primi salitori che sono tornati per raccontarlo).
Nel 1999 Conrad Anker con una spedizione inglese aveva trovato il corpo di Mallory sulla parete nord e lo aveva seppellito sulla montagna come richiesto dalla famiglia. Ma alcuni particolari lasciavano aperto il mistero. Prima di tutto, Mallory aveva in tasca gli occhiali da ghiacciaio, segno che al momento della caduta la luce non era così forte. Poi nelle tasche non c’era la foto della moglie che aveva promesso di lasciare in cima, e soprattutto non c’era la macchina fotografica che aveva con sè. L’unica cosa che potrebbe davvero provare se sono arrivati in cima. La Kodak all’epoca aveva detto di essere in grado di sviluppare il film.
Chin ha recuperato una parte del corpo di Irvine (dove esattamente non lo ha specificato per evitare gli sciacalli) e l’ha consegnato alle autorità competenti cinesi. Ma grazie al consolato è stato anche prelevato un campione di DNA, per avere la certezza dell’identificazione grazie ai suoi discendenti. Irvine era l’ingegnere, lo specialista dell’ossigeno, un bellissimo giovane atleta, anche se forse meno esperto dei suoi più famosi compagni.
Dopo un secolo forse riusciremo a chiarire il mistero ( o meglio ci riuscirà Chin che è uno scalatore formidabile, tra l’altro).
È una storia che mi appassiona tantissimo, e quindi sto aspettando ( e sì, ho sempre sperato che siano arrivati in cima, dopo tutto)
Che poi, rispetto all’articolo di un po’ di tempo fa (questo), ho semplicemente scambiato due elementi. In realtà ho finito di andare al mare, e non solo perché il meteo non è stato clemente in questo settembre 2024- ricordate lo scorso anno avevo fatto il bagno in Liguria la seconda settimana di ottobre, ecco quest’anno credo di no. In ogni caso l’entroterra ligure è godibilissimo anche e solo per star lì a contemplare le foglie, che è un’attività che mi vede particolarmente d’accordo. Se volete dedicarvi davvero alla contemplazione, l’entroterra imperiese e di Albenga offre panorami e sentieri (e ora probabilmente anche castagne)
Esempio n. 1 Ubaghetta Costa, che fa parte del Comune di Borghetto d’Arroscia, in provincia di Imperia. Da cui potete esplorare un entroterra che fa da spartiacque tra Piemonte e Liguria, oppure andare a Imperia al mercato del sabato, o a comprare olio. Vi assicuro, non c’è nessuno (gli abitanti sono una decina e molte case come capita purtroppo nell’Appennino sono ormai in rovina. Stellate meravigliose, però.
Appunto (foto di Irene Martini)
Secondo suggerimento, Toirano, che si trova dietro uno dei tratti più brutti della Liguria, Loano. Ci sono le grotte, naturalmente (la visita dura circa un’ora) , ma il paese stesso che ha un piccolo cuore medievale è piuttosto grazioso (l’ingresso alle grotte costa 16€ e sono aperte tutto l’anno)
Sono sempre un’anatra zoppa (certificata) e da come si mettono le cose ci vorranno forse più delle trenta sedute di fisioterapia che hanno rimesso in piedi il mio pres. lo scorso anno. Ma io rispetto a lui ho il vantaggio di essere (oddio, forse “stata”) una sportiva che al di là del tirarsela per questo con le amiche ha imparato ad ascoltare il suo fisico. Ora per alcuni versi mi trovo spiazzata ( e devo dire lo è anche in parte il mio fisioterapista dott. Massa che di solito tratta gente ben più e diversamente sportiva di me- cioè atleti professionisti, gente da Tor per dire). Nel senso che sto oggettivamente meglio rispetto alla tarda primavera ma non sto bene. Soprattutto i dolori non sono scomparsi e passo da giorni in cui tutto sommato si va a giorni in cui il dolore è lancinante, come domenica scorsa, in cui i 500m da casa mia a casa di cugina sono stati un tormento. Il giorno prima tutto bene, lieve fastidio, nuotatina e passeggiata per comprare la focaccia (non puoi andartene da Finale senza focaccia, lo dice anche la mia dietista). Boh le stiamo provando tutte e niente di quel tutte è particolarmente piacevole. Non vi dico cosa faccio perché ciascuno è un caso a sé.
In ogni caso sto seguendo le prescrizioni del mio fisioterapista di iniziare con tratti in falso piano-leggera salita per vedere l’effetto che fa. Così ho sperimentato il mio bare minimum: come chiunque vada in montagna sa c’è una soglia che ci colloca tra l’essere ok e l’essere proprio fuori forma, quale che siano le ragioni.
Il mio minimo è il primo tratto dell’itinerario che sale al rifugio Elena dall’Arnouva in fondo alla val Ferret, seguendo la vecchia strada poderale e non il nuovo tracciato più corto che permette di vedere la cascata. L’ho fatto sia in salita sia in discesa ed è abbastanza scivoloso. Ho fatto il mio bare minimum e sono sopravvissuta. Al dolore, non alla strada anche se dopo mesi di inattività avevo all’inizio un po’ di fiatone, ma ciò che sta al di sotto mi ha consentito di non fare accelerare troppo il ritmo cardiaco. Poi mi sono fermata per testimoniare al mondo che il mio lo avevo fatto ho alzato la testa e ops la solita nuvoletta che stava scendendo dal mont Dolent. Sono tornata più velocemente possibile date le mie condizioni, ma come sempre non è stato sufficiente- nemmeno ad Amica Giovane che è venuta giù dall’Elena di corsa (letteralmente) .
È finita con un classicone: in mutande all’Arnouva a cambiarci io i pantaloni e Amica giovane praticamente quasi tutto. Davanti alla roulotte del pastore che era sceso subito dopo di noi ma signorilmente con l’ombrello.
Contate un’oretta dall’Arnouva al rifugio Elena e due ore e mezza sino al col Ferret. Dopo la neve dei giorni scorsi , almeno ramponcini assolutamente necessari a meno che nelle prossime settimane le temperature non si alzino drasticamente. All’Elena è aperto il dortoir per chi fa il TMB, altrimenti in valle non potete prendere nemmeno il caffè. Bonatti ancora aperto oggi, nei prossimi giorni occorre informarsi.
Durante gli ultimi tre anni ho assiduamente frequentato Reggio Emilia. No, non avevo un fidanzato, avevo una dentista. In realtà c’è l’ho ancora , ma ormai siamo alla fase dei controlli annuali.
Sono finita in clinica a Reggio consigliata da parenti, perché avevo un problema serio alla mascella superiore, che il mio pur bravissimo dentista avrebbe affrontato un dente alla volta, e sarei ancora lì. Affrontandoli tutti insieme ci ho messo “solo” quasi tre anni, un’operazione alla mascella in sedazione profonda e molti controlli, impianti ecc. Non roba divertente (una volta mi è caduto l’occhio su quel che la dott.ssa Ianni Lucio – massima stima a lei – stava facendo alla mia mascella, e vi assicuro avrei preferito non vedere), nemmeno a buon mercato, ma i denti non lo sono mai, ma senza lividi o dolori di sorta ( e tanto Toradol alla bisogna, anche).
Così mi sono abituata a frequentare la città, dapprima la periferia, che come tutte le periferie (la clinica ovviamente non è in centro) non è proprio affascinante, poi la città, se appena le condizioni generali me lo consentivano.
Reggio è una piacevole città di provincia, che per prima ha sventolato il tricolore, conservato nell’omonimo museo che è parte dei Musei civici di Reggio Emilia. O meglio, ha costruito il tricolore in un periodo che va dalla Repubblica Cisalpina alla fine del dominio napoleonico (1814) e poi noi lo si è sventolato in Cittadella nel 1821. Così, per mettere fine al campanilismo. Il museo in particolare è dietro al palazzo del Municipio. Oltre ai musei civici che ospitano diverse collezioni in varie sedi, Reggio ha un duomo molto interessante (la Cattedrale dedicata all’Assunta) e un centro storico con ampie tracce della storia medievale della città, e un’altrettanta ampia zona di passeggio lungo la via Emilia. Rigorosamente pedonale.
Molto bella è anche la sinagoga ottocentesca cui si riferisce l’ultima foto, che è gestita dai colleghi di Istoreco, a cui bisogna rivolgersi.
In Emilia si va anche per mangiare (bene). I miei tre consigli, cioè i tre luoghi che ho frequentato di più, se si esclude il bar a fianco della clinica, sono il ristorante Oltre, in Corso Garibaldi, la più tradizionale Osteria Sipario a fianco del teatro (Reggio è anche la patria di Romolo Valli, il grande attore di teatro e cinema) e l’Antica salumeria Pancaldi, in via del Carbone che ha anche tavoli sotto i portici della piazza dove si trova la bella chiesa di San Prospero.
Il mio bar, perché ormai ho anche il “il mio bar”, è il caffè Deseo, in via Panciroli, a due passi da Piazza Fiume dove di solito lascio l’auto, altrimenti al parcheggio della caserma Zucchi, all’università. In centro si va tranquillamente a piedi, a guardare belle vetrine di gran gusto , non solo quelle dei marchi globalizzati. Ah, come si diceva, siamo in Emilia, tra le 13 e le 16, in inverno immagino prima, è tutto chiuso, pure quasi tutti i marchi globalizzati, perché la pausa pranzo è una cosa seria. Come dicevo, siamo in Emilia.