Trieste e la STORIA (2)

Continua la rassegna dei luoghi storici di Trieste

3. Il Magazzino 18, ossia la tragedia dell’Esodo istriano.

Il magazzino 18, in quanto edificio, attualmente è in restauro, a causa di problemi di staticità dell’edificio stesso; quanto conteneva, è stato spostato nell’adiacente Magazzino 26, nella zona del Porto vecchio, il porto franco di Trieste, una zona che una volta era una specie di città nella città. E ancora oggi ci sono difficoltà oggettive nella fruizione del luogo, all’esterno, ad esempio, è vietato fotografare per ragioni di sicurezza, che anturalmente non riguardano la sede museale che tecnicamente è una parte del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata. Nel magazzino erano depositati i beni delle persone, più di 350.000, che lasciarono l’Istria, la Dalmazia e Fiume, e che per un certo tempo vissero in campi profughi, in condizioni non particolarmente felici (ho il sospetto che quelli che furono mandati in Piemonte, anche alla caserma Passalacqua di Tortona e alle Casermette qui nel natio Mandrognistan se la passassero complessivamente meglio, anche in termini di integrazione). Molti non potevano, nei pochi metri quadrati che avevano a disposizione, usare i mobili e le masserizie che avevano portato con sé, altri, sul punto di emigrare in America e in Australia, lasciarono indietro molte cose. Alla fine le cose sono diventate res nullius, se non sono state più reclamate dai loro antichi proprietari, e sono state ammassate lì, senza più ordine, sinchè sono diventate oggetti da museo. (Una delle cose che ho imparato è che se anche qualcuno, o qualcuno degli eredi, riesce, e talvolta pare capiti, a riconoscere oggetti appartenuti alla sua famiglia, non può più reclamarli, il che mi pare strano, ma non sono un’esperta di diritto). Nel magazzino sono in via di trasferimento anche le collezioni del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata.

Si fanno solo visite guidate: le prossime saranno l’8 e il 22 luglio, con prenotazione obbligatoria qui . Noi avevamo una visita guidata, purtroppo. La persona che ha fatto la visita ci ha fatto un comizio, al termine del quale cosa fosse la storia e la cultura istriana era passato felicemente in cavalleria. A sentir lei i truci comunisti ansimavano alle porte di Trieste (che ora sono attraversate dalle rotte balcaniche dei migranti..); per cui, niente foto, niente video, niente domande, non si va in giro (perché ovviamente potevamo fregarci i bottoni. Per altro, in uno scaffale ho trovato un servizio di tazzine identico a quello che aveva mia nonna, e questo dice molto dei consumi di una -piccola- borghesia italiana coeva, dato che la mia nonna materna non era così ricca, anzi).

Ho evitato lo scontro frontale ( ma non ho firmato il registro dei visitatori) e ho dovuto dedicarmi al debunking sul pullmann.

Quello che mi è mancato è il racconto della cultura e della civiltà istriana, che nasce con il dominio veneziano e in parte anche la contestualizzazione dell’esodo e la sorte di chi è venuto in Italia ( anche perché alcune cose sono state messe in modo davvero fazioso: è verissimo che in alcuni luoghi ci furono problemi, come in Emilia o ad Ancona. È vero però anche il contrario, almeno per il Piemonte, dove i sindaci, pure il nostro, si adoperarono per superare il più in fretta possibile la situazione dei campi e delle sistemazioni provvisorie. Ho visto, guardando un plastico di una città costiera ora in Slovenia, che il suo autore portava il cognome di un avvocato e storico di Casale, piuttosto noto. Che non avrei mai associato alla diaspora istriana.)

Magazzino18

4. Dal Medioevo al Risorgimento

Tutto in bella vista sul colle di San Giusto dove c’era chi pregava con l’animo mesto. La basilica con i suoi mosaici è quanto di più bello in materia io abbia visto (e no, non ho visto Ravenna)

E quindi non c’è da meravigliarsi se dopo la guerra il colle è diventato il simbolo dell’avvenuta unificazione: con un grande monumento ai caduti.

Dal piedistallo, in diagonale si vede il faro della Vittoria di Barcola. Tutta la costruzione risale all’altro convitato di pietra, il fascismo.

In fondo (anche se in realtà dalla foto non si vede)
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Trieste e la STORIA (1)

Di tutte le città d’Italia, Trieste è probabilmente l’unica la cui storia ha avuto un impatto sulla vita quotidiana dei suoi abitanti. Non è storia, è adesso.

Quindi, inevitabilmente, il primo post su Trieste ha a che fare con questa storia vivente, e vi condurrà sui tre più importanti luoghi di memoria di Trieste, secondo quello che dovrebbe essere il modo migliore (cioè l’ordine storicamente corretto) per visitarli. Se siete in auto, potete farlo benissimo, partite da est e arrivate a ovest al Magazzino 18, che troverete nel prossimo post.

1. La Risiera di San Sabba

Si trova in un quartiere abbastanza periferico, in effetti alle spalle di un supermercato (io ho visto un Famila la prima volta e ora un Lidl..). L’unico campo di concentramento in Italia , ma all’epoca sotto il diretto controllo della Germania, in cui abbia funzionato un forno crematorio, è dagli anni Settanta un museo, dopo un’importante ristrutturazione progettata dall’architetto triestino Romano Boico, il Civico Museo della Risiera di San Sabba – Monumento Nazionale (il sito, con tutte le informazioni a questo link) La visita è particolarmente suggestiva, sin dall’ingresso, un lungo corridoio di cemento. Dell’edificio orginario è stato conservato il cortile con gli edifici adibiti a celle, e la grande evidente traccia del forno, fatto saltare dai tedeschi alla fine della guerra, il cui perimetro risalta nella pavimentazione. Vi consiglio di visitare anche lo spazio museale, allestito in alcune sale con ingresso dal cortile, dove è possibile leggere le iscrizioni che i prigionieri lasciavano sulle pareti delle celle, integralmente trascritte dal collezionista e attivista triestino Diego de Henriquez (cui è intitolato un altro museo), prima che fossero cancellate quando la Risiera, nel dopoguerra divenne un campo profughi).

2. Basovizza.

Basovizza è diventata, suo malgrado, il simbolo della tragedia delle foibe. Suo malgrado, perché Basovizza non è tecnicamente una foiba, cioè un anfratto naturale, una formazione carsica, ma è un pozzo di miniera , di bauxite, la terra rossa di cui parlano diversi scrittori, in cui, nel periodo dell’occupazione jugoslava di Trieste nel 1945, vennero gettati gli oppositori del regime di Tito, coloro che si opponevano all’annessione alla Jugoslavia, quindi per lo più italiani. La maggior parte delle foibe , specie dove avvennero gli eccidi del primo periodo dell’autunno 1943, si trova in territorio prima jugoslavo ora in Slovenia e Croazia. Basovizza si è trovato ad essere il luogo di memoria più rilevante ancora in territorio italiano, ed è diventato monumento nazionale nel 1992. La visita è libera, perché si tratta di un luogo all’aperto, e nelle vicinanze c’è il centro di documentazione dove alcuni pannelli forniscono una ricostruzione storicamente accurata. Se prenotate una visista troverete i volontari della Lega Nazionale, che fanno una visita accurata e non faziosa (il comitato scientifico dietro al centro di documentazione è il top degli storici locali): qui il link. Però se volete un’informazione chiara, oggettiva e ben fatta, questo è l’unico possibile indirizzo, la mostra multimediale Il confine più lungo, realizzata dai colleghi dell’ Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste (sì, c’è anche Norma Cossetto), che fanno un gran lavoro per rimettere la verità a suo posto

Continua…mi sono resa conto che un pippone troppo lungo ha fatto il suo tempo … così posso essere più polemica nel prossimo

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Trieste (di carta)

Di libri dedicati a Trieste ce ne sono moltissimi, di scrittori che hanno descritto Trieste, che hanno vissuto a Trieste e che si sono imbevuti di Tireste, pure. E molti li abbiamo studiati anche a scuola, come Italo Svevo, e dire che Svevo era di Trieste bastava già in qualche modo a definirne la natura letteraria.

E con Svevo, Giani Stupanich, Joyce, Slataper, Magris. E quindi il libro del mese, come è giusto, è dedicato a Trieste ed inserito in una meritoria collana delle Edizioni Il Palindromo di Palermo, inserito nella collana città di Carta, di cui ho già qualche volume (Genova, Milano): Trieste di carta. Guida letteraria della città di Gianni Cimador, che ho preso al volo nella libreria del Tergesteo durante una visita.

(Immagine con tavolo pieno di peli di gatto e dopo scannerizzato la copertina, perché ho finalmente e di nuovo una stampante funzionante – next step il decoder).

Anyway una guida letteraria, se come me non amate le guide turistiche classiche è l’ideale per vedere un luogo che vi piace con gli occhi degli altri. In questa trovate tutti gli autori che ho citato, e Saba, Pahór, Marin e altri che non conoscevo.

Di quelle che possiedo di quella collezione, al momento, è quella che ho maggiormente apprezzato. Altrimenti, l’altro mio libro preferito su Trieste è di Mauro Covacich, Trieste sottosopra. Quindici passeggiate nella città del vento, Collana Contromano, Roma-Bari, Laterza, 2006. E ahimè c’è una passeggiata che ancora non ho fatto e nemmeno stavolta ci sono riuscita, ma non dispero, è il Carso. La bora sì, una bora primaverile, niente di che per i locali, ma Trieste senza il suo vento non è Trieste

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My two cents (again)

Premetto,così, sapete subito come regolarvi: non sono in lutto. Né nazionale , né di altro tipo. Non ho guardato il funerale, anche perché il decoder della mia tv ha subito un incidente felino e non l’ho ancora sostituito. Stasera andrò a bere con amiche nate negli anni Novanta ( è una cosa di cui vado orgogliosa, quella di essere amica di persone molto più giovani di me e tranquilli, la cosa è stata ai tempi abbondantemente psicanalizzata pure da mio marito): loro sono nate e vissute nell’era Berlu – per dirla con la Littizzetto, e sostengono concordemente che ha fottuto la loro esistenza in tanti modi, excuse my French.

Io Berlu l’ho visto – visto proprio, non gli ho parlato insieme. Perché è stato qui a Mandrognistan Ville – in realtà, si era collegato via telefono anche lo scorso anno al congresso della locale Forza Italia, che qui non versa in buonissimo stato. Era stato di persona in visita elettorale, credo, ma potrei sbagliarmi, e se qualcuno mi corregge glie ne sarò grata, perché non l’ho trovato nell’archivio online de “Il Piccolo”, nel 2008 per quelle elezioni. Era stato al teatro comunale – e anche quello era un paletto ben definito dato che il teatro non esiste più

Ovviamente, a quelle elezioni qui c’era stato un plebiscito per lui. Facile, vedendo la folla che quella sera aveva parcheggiato auto in ogni buco per andarlo a vedere. E anche noi avevamo avuto una fugace visione dell’Uomo dentro la sua auto blu, partita a razzo con altre auto blu. Ricordo che mi aveva dato l’idea di essere , allora, già vecchio. E la sua platea era decisamente agé. Mio marito aveva detto, una platea di dentiere traballanti. Posso capire che la buona società di Alessandria lo trovasse rassicurante.

La vastità dell’indifferenza in terrazza

A noi già allora faceva arrabbiare, una rabbia che con l’inizio della crisi economica diventò più acuta.

Quindi no, non solo niente lutto, ma una buona bevuta e tante condoglianze ai figli e nipoti, che com’è giusto saranno addolorati (ci sono figli che si vergognano dei padri, però). La cosa più paradossale in tutto ciò è che lo andranno a cremare dove è stato cremato anche mio marito, al tempio di Valenza. E buonanotte.

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A casa di Giulietta (no non la mia macchina, haha)

D’accordo, dopo questo incipit potete defollowarmi. Sono stata a Verona, e quindi vi ammannisco un breve itinerario veronese sans Arena, che fa storia a sè. E’ secondo me, la ragione (buonissima se siete amanti della lirica tradizionale come la Regina Madre, o degli eventoni pop) per cui Verona viene vista un po’ superficialmente. La seconda ragione, se siete come me, è che a Verona fa un caldo belluino, specie d’estate ( quando i quaranta gradi sono la norma – i tre posti più caldi del norditalia, per esperienza diretta, sono Firenze Bologna e Verona*)

L’itinerario inizia e finisce (per caso, originariamente) al ponte della Vittoria. Tra l’altro da lì, se lo attraversate e poi andate diritti per via Armando Diaz e poi un po’ a destra per via Oberdan arrivate anche all’Arena e tout se tient, anche quest’orgia di odonomastica risorgimentale.

Il nostro itinerario ha a che fare con la Verona medievale e sì anche con la casa di Giulietta, che in un giorno festivo era affollata come sempre, ed è un punto turisticamente assai appetibile pur essendo, quasi, un fake: un fake nato, per così dire a tavolino.

Ma andiamo con ordine. Sono andata via per lavoro, mi sono molto divertita e un po’ arrabbiata – era un viaggio istituzionale, organizzato per altro benissimo dai colleghi dell’Ufficio Organi Consultivi del Consiglio Regionale del Piemonte, Comitato Resistenza e Costituzione, i quali si meritano i complimenti insieme all’agenzia di Racconigi che ha vinto l’appalto; in questi casi, lo so per esperienza, è facile che qualcosa vada storto, e invece no, l’unica cosa che è parzialmente andata storta non era colpa di nessuno, ma della STORIA con tutte le lettere maiuscole.

La prima tappa, dopo essere partiti da Torino, aver raccattato me e un altro gruppo di partecipanti al casello di Novara dove c’è un parcheggio pendolari, che di domenica era per fortuna deserto, e dove Meggie è rimasta senza di me per qualche giorno, era Verona per il pranzo.

Giulietta is not there

Comunque prendendo sempre via Diaz, se girate a sinistra vi trovate davanti porta Bonzano. Da lì si entra nella città antica. Ossia il centro storico, dove ci sono negozi, ristoranti e anche molti palazzi storici.

Facendo una bella passeggiata si arriva a piazza delle Erbe, che è il vero centro della città – ed era anche il centro della città romana. E’ dove i veronesi vengono a prendere il caffè e i turisti a guardare i banchi del mercato, ma a parte la sua turisticità è davvero una bella piazza, circondata da una parte dal molto barocco Palazzo Maffei, e dall’altra parte da Casa Mazzanti, che nel Cinquecento fu ricoperta dagli affreschi che si vedono ancora oggi. La casa è collegata all’intistante Palazzo della Ragione da un arco, sotto cui pende una costola di balena. Siccome proprio sotto fu ucciso in un agguato un esponente dei Della Scala è detto anche volto barbaro. E dice la leggenda, che la costola di balena cadrà giù se sotto l’arco passerà un vero “giusto” e quindi aspetta e spera. Dall’arco si arriva in piazza dei Signori o piazza Dante, perché in mezzo troneggia uno statuone del sommo poeta, che com’è noto fu ospite degli Scaligeri. La statua è abbastanza pesante, contrasta con le leggiadre logge rinascimentali della piazza.

Sempre dalla piazza si accede anche al palazzo Della Ragione, che ha due facciate che danno su due piazze diverse ed è comunque una cosa a sè. La cosa più bella è la scala della Ragione in stile veneziano.

Salire sulla torre che vedete pare sia una cosa da fare assolutamente, ma non si poteva.

Comunque tornati in piazza delle Erbe e passati davanti alla statua di un ignoto (per me) poeta dialettale si va dritti sino a trovarsi, sulla sinistra, a casa di Giulietta. E vi assicuro che non potete mancarla. Si entra a pagamento, ma se volete giusto fare un giro in cortile potete. Allora, perché è un fake ? (c’è anche quella di Romeo, nel caso). La storia di Shakespeare è una storia di fantasia, e nemmeno sua, ha preso ispirazione dalla novellistica italiana dell’epoca; a interessarsi a Verona come patria di Giulietta fu il cinema, e Verona capì di essere seduta su un tesoro. La casa di Giulietta è una dimora signorile del XIII secolo, molto rimaneggiata negli anni Trenta; come pure la casa di Romeo che si trova vicino alle arche Scaligere (ci si arriva proseguendo oltre il palazzo Maffei). Entrambe sono dimore di famiglie molto importanti, le sole che potevano permettersi palazzi di quelle dimensioni. Poi la storia è un’altra cosa, ma il romanticismo, lì e altrove innegabilmente c’è.

Tornati al nostro ponte della Vittoria non ho potuto non notare come il ponte e la piazza siano il frutto di un magniloquente intervento urbanistico di epoca fascista, un nuovo asse che dall’arena romana portava dritta alla affermazione dei nuovi eredi dell’impero. E il cerchio, urbanisticamente, si chiude.

*tutte e tre da tempi assolutamente non sospetti

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Finirla con il lago di Garda (almeno per un po’)

Lo so, è impossibile finirla con il lago di Garda, che è uno dei posti più belli che ci sono in Italia, (e ce ne sono… con questo non intendo dire che non ci siano posti belli al di sotto della linea gotica, figuriamoci – e può darsi, ma può darsi, che ne parli, tra un po’, dato che sono sempre in cerca di posti da esplorare e anche che , come dire, ho dei cerchi da chiudere- ma sono proprio nordica per indole e aspirazioni e quello che si trova da Torino a Trieste e un po’ più in là appaga pienamente la mia indole). Comunque, voglio finire di annoiarvi con il lago di Garda proponendovi un itinerario ciclopedonale che a me è molto piaciuto.

E a quanto sembra è anche un favorito della gente del posto.

Si parte da Santa Maria di Lugana, che è la frazione a valle della penisola di Sirmione, a fianco della chiesa di Santa Maria o della pasticceria La Fenice (a seconda se siete credenti o laici – ma un salto alla pasticceria lo farei, ci sono dolci davvero da paura…). In ogni caso, sono due punti di riferimento che difficilmente possono sfuggire. C’è anche un piccolo parcheggio dietro. L’itinerario è in parte asfaltato in parte sterrato, inizia immediatamente dopo il porticciolo ed è sul bordo del lago, dove è possibile ammirare le canne, innumerevoli uccelli e i cani che vanno a spasso – l’ho detto, è un itinerario favorito dalla gente del posto che ha bambini da far giocare e cani da portare fuori. C’è anche l’area sosta camper che costa 25 euro la notte (avere amiche camperiste che attaccano bottone con chiunque risulta sempre utile per fornirvi dati. La coppia interpellata, due veronesi con vecchio cagnetto, non era però soddisfattissima dei servizi offerti per tale cifra, ma riconosceva che la posizione era impagabile)

Per la verità non c’è molto da dire sull’itinerario in sè, se non che permette di avere molti interessanti scorci sul lago (ovviamente meglio se la giornata è limpida), ma che, ed è l’unica cosa da segnalare , nonostante gli alberi è per lo più al sole, quindi meglio dedicarcisi nelle mezze stagioni. In compenso sui prati c’erano già persone in costume da bagno, quindi se fa troppo caldo potete sempre buttarvi.

Quello che è veramente interessante si trova alla fine del percorso nel tratto dedicato a Margherita H43e45rack (scusate, è passato qualcuno sulla tastiera, non contento di aver cercato di arrampicarsi sulla mia gamba). All’altezza di punta Grò, c’è l’ecomuseo Casa del Pescatore, che racconta, anche tramite un’esperienza audiovisiva coinvolgente, la vita dei pescatori del Garda, in un percorso storico, e anche ambientale, su un aspetto del lago che ignoravo, che non è ovviamente la pesca a scopo alimentare, ma anche l’allevamento e il ripopolamento delle specie pescate. Ci sono le barche, le rimesse, le chiuse e i piccoli canali dove le barche erano alloggiate. La casa del pescatore, un luogo esistente che è stato accuratamente restaurato presenta anche tutti gli elementi della quotidianità, barche, reti, attrezzi compresi. L’ingresso è gratuito, è aperto la domenica mattina, e vale da solo l’intera passeggiata.

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Viaggi primaverili (tramonti a nord est)

Lo ammetto, a me che ascolto pochissima musica italiana le canzoni di Elisa sono sempre piaciute, e quindi giustamente copio.

Dato che oggi è il 2 giugno ( a proposito, buona festa della Repubblica), dare dei suggerimenti purchessia è troppo tardi. Se siete partiti siete partiti, se avete messo a ferro e fuoco Peschiera spero vi abbiano arrestati, se siete andati al mercato floreale di Anthey, alla fiera di Riva Valdobbia o a pedalare nelle Dolomiti siete fortunati. Io sono convalescente da un piccolo intervento chirurgico e ho ancora in corpo abbastanza antidolorifici da rientrare a pieno titolo nella categoria “le droghe fanno bene” – senza contare che gli effetti dell’intervento saranno visibili per un po’. Però dovrebbe aver risolto una condizione che si trascinava da qualche anno (oddio per risolvere il tutto ci vorrà un annetto, ma sono tutti ottimisti, soprattutto che io sia qui tra voi tra un anno, che non si sa mai, in effetti.)

Anyway, da oggi e per un mesetto andremo a nord est (salvo qualche innesto di notizie di attualità). In realtà, il mio viaggetto sarebbe più opportuno fuori stagione: in questo periodo l’itinerario che vi propongo comincia ad essere già piuttosto affollato, ma naturalmente siete sempre liberi di aspettare un momento più propizio.

Vi avevo già fatto fare un giro per Sirmione un po’ di tempo fa (qui ) e naturalmente tutto quello che avevo scritto va ancora benissimo, prezzi, ciclopedonali e gatti inclusi. Ma a Sirmione ci sono due cose da visitare assolutamente. Prima di tutto le terme, che esistono sin dall’antichità (per niente stupidi, i romani), e sì anche loro non sono proprio a buon mercato ma ci sono molte diverse possibilità, compreso un ingresso serale nei week end (questo è il sito, ma tenete presente che se volete la Spa, è Aquaria, se dovete fare le inalazioni ci sono le Terme di Virgilio ai piedi della penisola, se volete solo i cosmetici termali, potete comperarli sempre sul sito o nel simpatico negozio in centro).

La seconda cosa – in realtà meglio fare a parti invertite – è la cosiddetta villa di Catullo, che di Catullo propriamente non è – la maggior parte è stata edificata dopo la sua morte, ma la parte più antica, attestano i recenti scavi, è sua contemporanea, e apparteneva comunque alla sua gens. Se pensate che sia cheap andare a Sirmione per le grotte di Catullo, vi avverto che è come andare a Firenze e non vedere il David. La villa romana, che comunemente viene chiamate “grotte” è una meraviglia. E’ immersa in un parco, aveva un accesso al lago assolutamente monumentale, e in larga parte conservato, un cortile a colonne, e pavimenti tassellati di piastrelle. E archi a profusione. Dalla villa si godono bellissimi e ben segnalati scorci del lago, e si possono trascorrere tra il museo e la visita agli spazi ore molto piacevoli. E se avete caldo, potete scendere alla spiaggia, farvi un bagno, bere qualcosa, e tornare negli scavi , al cancello vi daranno un bracciale per rientrare.

E se siete stanchi e non volete farvi tutta la strada – perché la villa si trova all’estremità della penisola, c’è anche il trenino (il biglietto costava 2€, ma potrebbe essere aumentato in alta stagione)

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Void

Avrete notato (lo so che lo avete notato) che questo week end tutto è stato silenzio. Perché mi sono riposata- almeno parzialmente- e ho incontrato persone. E me ne sono stata a casa a sistemare il terrazzo per l’inizio dell’estate.

A casa.

Ho un’amica che ha quello che Balzac chiamava l’horreur du domicile. A casa si può dire che ci va a dormire e a dare la cena ai gatti ( sempre lì si torna) . Spesso facciamo cose insieme ma spesso io preferisco, dopo aver camminato, starmene a casa a leggere scrivere e coccolare i gatti. A me l’horreur du domicile è passato- infatti durante il lockdown stavo benone.

Per carità, mi pesava non potermi muovere, avevo come tutti paura di ammalarmi, avendo una certa età, ma tutto sommato casa mia ( e per alcuni aspetti anche il mio luogo di lavoro) era il mio porto sicuro e senza sentire il bisogno di cantare dal terrazzo (va beh, tranne il 25 aprile).

Questa è casa vecchia e la buia piazza

Da più giovane e da sposata, per lo meno quando vivevo nella casa che dava sulla buia piazza, avevo molta più voglia di scappare, e credo che questa sia la parola esatta. Scappare implica anche volersi allontanare dalle responsabilità, dalla tristezza, financo dal dolore.

Ora, non è che le responsabilità siano diminuite, il dolore men che meno, ma forse invecchiando ho maggiori strumenti per affrontarlo – a dimostrazione che non si è mai maturi del tutto. Ma maturi abbastanza per apprezzare amici, famiglia, casa, gatti, quello che si ha.

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Fine del #SalTo

Come ogni anno, e mentre sto tornando a casa su un rovente carro bestiame (aka Regionale Veloce Trenitalia – avevo prenotato un intercity che però passava da Bologna e quindi forse cercherò di farmi rimborsare) due parole sull’ormai agli sgoccioli Salone del libro di Torino 2023.

A come accessi: in treno dal Lingotto il nuovo sottopasso , serve gli impiegati del nuovo Palazzo della Regione, è comodissimo al Salone, che infatti ha messo un accesso. Peccato che non ci fossero gli ingressi per ospiti e professionali e non ci hanno fatto entrare sino alle dieci. Per evitare la coda della security abbiamo aperto il varco degli espositori se no saremmo arrivati in ritardo al nostro evento .

B come bagni. Che ve lo dico a fare? Lo ripetiamo dalla prima edizione: Non Ci Sono Abbastanza Bagni. Lo scrivono i giornali tutti gli anni. E la coda c’è sempre

C come code. Sempre ovunque anche l’ultimo giorno.

Code a pranzo

E come eventi. Il nostro, degli istituti storici, era gremito. Però l’ultimo giorno c’è oggettivamente meno che negli altri. Sentendo applausi io e Amica Giovane, che al Salone andiamo insieme da prima del Covid, ci siamo dette un vip, finalmente: faccia di musicista del tutto ignoto allo stand di un noto quotidiano e solo quando lo speaker ha detto Grazie a Giancane e ci vediamo su Netflix abbiamo detto un Aaah all’unisono ( aggiungendo ma ha una faccia assolutamente comune, sorry Giancane, però ci piaci lo stesso) Non faccio nemmeno lo sforzo di spiegarvi chi è se non lo sapete.

F come folla. Ame, io non la reggo la folla (e nemmeno Amica Giovane, pur essendo giovane). I più teneri sono sempre i bimbi della primaria buttati a terra qua e là in giro a portata di guinzaglio (provatevi solo, a perdere un ragazzino in quella bolgia. O in metro)

F come food. Come lo scorso anno, con qualcosa in più, e prezzi più alti ( 3 euro in più la stessa cosa presa lo scorso anno). C’erano più posti a sedere, ma non abbastanza- ragazzi e bambini sempre buttati a terra.

I come inclusività: poca. Infatti di persone con handicap e anche solo banalmente anziane in giro non ce n’erano molte. Per non parlare delle anatre zoppississime: non avessi avuto una mattinata “seduta” e due brufen, starei piangendo per il dolore. Notoriamente al Salone non ci si siede. E che hanno paura , che la gente si porti via le sedie? Inchiodatele piuttosto ma Mettete Queste Cavolo di Sedie.

L come libri. Tutto sommato il sistema espositivo mi sembra, quest’anno abbastanza intelligente. Fumetti comics and gaming nel padiglione 1 , i medi nel 2, editoria per ragazzi nel 2 e nel 3, i grandi editori da Mondadori a Adelphi a Feltrinelli all’Oval. Ne ho presi troppi. Stavolta. Editoria di montagna, a parte Cai, Capricorno, Priuli &Verlucca, nada.

P come prezzi: avendo un ingresso omaggio come ospite non mi sono interessata alla cosa ma mi dicono sia ormai un investimento

V come vecchi – vedi S come sedie (non ci sono né gli uni né le altre)

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Anche qui, un suggerimento

In Oltrepo

Come si dice, stè a cà . Direi che questo week end, con tutto che c’erano varie cose in giro (anche il Giro, che domani passa dalla val di Scalve, oggi ha fatto il Sempione, giorni fa era nella maggior concorrente di Mandrognistan) possiamo starcene a casa. Sono venuta dalla Luisa in collina ed è piovuto a secchiate con raffiche di vento.

In giro in Piemonte hanno già chiuso varie valli per il rischio frane, i miei amici a Catania mi raccontano che stanno stretti tra l’eruzione prossima ventura e la pioggia a secchiate pure lì.

Quanto a quel che è successo in Romagna, inutile commentare. Posso solo condividere una foto, nel caso

(Grazie a Luciano Ligabue)
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