Ragazze, proprio, perché viaggiare con Amica Giovane ha l’innegabile vantaggio di abbattere il muro degli anni in qualunque contesto. E no, con Amica Giovane non avevo mai viaggiato prima, e spero di ripetere l’esperienza (ho già raccontato di come facciamo io e Amica Giovane a essere amiche? E’ merito della mia amata Bimbona Pipisita: un anno che eravamo rimasti senza catsitter – perchè cognata era come al solito latitante, ex baby sitter era più interessato ai dischi di mio marito che a lei, che per altro lo terrorizzava facendogli agguati dall’alto ecc – e così ero ricorsa a quelle che tra le mie studentesse appena maturate erano più gattare. Pipisita era saltata in grembo ad Amica Giovane (e l’anno dopo aveva altrettanto apprezzato Fidanzato Scozzese, che in pratica in italiano ha imparato una sola parola: <<gatto>>)
Comunque . Io e lei avevamo un contenzioso aperto con l’Italia etrusca: eravamo stati – in due momenti diversi, a distanza di molto tempo – per la cronaca io nel 1972- a Tarquinia e avevamo trovato chiuso (spoiler, era lunedì). Così abbiamo deciso che dovevamo colmare questo gap: lei ha organizzato l’itinerario e io ho organizzato i pernottamenti. Qui vi racconto come è andata tappa dopo tappa: prima con una bella galleria riassuntiva, da Orvieto a Pitigliano passando per Cerveteri e Tarquinia
Quindi inizierete da oggi, 2 luglio a ricevere qualche informazione su cosa fare questa estate. Il primo articolo presenta i suggerimenti di Erica e degli amici di bressanone, ma vi metterò un po’ di tutto – mare montagna e pure città d’arte
“Chi fondò Bressanone nel 901 certamente conosceva già i vantaggi di questa “location” speciale: Ai piedi delle montagne, al riparo dai venti freddi del nord, alla confluenza dei fiumi Isarco e Rienza con acqua a sufficienza, dove un terreno buono e pregiato rendeva possibile l’agricoltura, la frutticoltura e la viticoltura. Oggi questi elementi, e molti altri, fanno di Bressanone una delle località di villeggiatura più amate dell’Alto Adige, sia in estate sia in inverno.
Estate in città
Bressanone, antica città vescovile, si trova a 560 metri sul livello del mare ed è il capoluogo della Valle Isarco in Alto Adige. Storia, cultura e tradizione si respirano in ogni angolo del centro storico: gli eleganti portici con i numerosi negozi, i vicoli tortuosi, l’ampia piazza del Duomo con i suoi caffè, gli imponenti edifici come il Duomo e la Hofburg. Storie e volti di altri tempi si ritrovano nei “tour storico teatrali“, come la domestica Clara (il martedì di luglio e agosto) o le streghe, i boia e i furfanti (il giovedì ad agosto fino a metà settembre). Un’esperienza speciale è la visita guidata alla “Torre Bianca“. Ogni sabato alle 10:30 è possibile salire con la guida di un esperto. Si imparano i compiti di una guardia della torre, si vedono gli orologi della torre, le campane e il contenuto della sfera della torre.
Per gli amanti dell’acqua e del relax e benessere una visita all’Acquarena è d’obbligo. Nell’area piscine, una vasca idromassaggio, una piscina con acqua salata, una piscina per bambini, una vasca a corsie e uno scivolo gigante attendono grandi e piccini. Per godere appieno dell’ampia area sauna con saune finlandesi all’aperto e al coperto, bagno turco, sauna biologica al ciliegio, sauna alle erbe, terrazze panoramiche e sale relax, è necessario prevedere del tempo a sufficienza. Il bar della sauna offre anche infusi e centrifugati, snack e spremute fresche. A proposito, a settembre l’area sauna sarà ridisegnata.
La comunità mondiale del bouldering si riunisce a Bressanone. Dall’8 all’11 giugno, la Coppa del Mondo Boulder si svolgerà nella Vertikale di Bressanone, proprio accanto all’Acquarena. Se non si è tra gli atleti di punta, se si vuole allenarsi nell’arrampicata o nel bouldering o se si vuole semplicemente provare, la palestra di roccia Vertikale ha davvero molto da offrire. 224 vie e 210 percorsi boulder con vari gradi di difficoltà sono a disposizione degli appassionati. Vengono offerti anche corsi di prova e di formazione all’arrampicata.
… e in montagna
Dall’alto della guardiola della Torre Bianca, ma anche sollevando brevemente lo sguardo verso l’alto, si possono vedere i dintorni montuosi di Bressanone. Quando in città fa piuttosto caldo durante il giorno, gli abitanti e gli ospiti amano andare in montagna. Sulla Plose, la montagna locale di Bressanone, gli appassionati di sport ed escursioni troveranno le migliori offerte. Dal 20 maggio al 15 ottobre, la cabinovia parte da S. Andrea fino a 2.000 metri di altitudine. Non c’è da sorprendersi, perché quest’estate la nuova cabinovia si affiancherà a quella esistente ed entrerà in funzione già all’inizio di luglio. La nuova funivia panoramica è più moderna, più confortevole e, soprattutto, più facile da usare per le famiglie con passeggini e persone con difficoltà di movimento. Un’esperienza particolarmente vivace e divertente è il viaggio di 9 km con i MountainCart dalla stazione a monte della cabinovia della Plose alla stazione a valle (dal 2 luglio il martedì, il giovedì e la domenica, in luglio e agosto anche il lunedì, dal 14 al 20 agosto tutti i giorni). Le quattro bike-line che fanno parte del Brixen Bike Park sono ancora più rapide. Se volete esplorare i dintorni di Bressanone in bicicletta, potete partecipare a uno dei tour guidati offerti da Plose Bike. Guide esperte offrono le migliori escursioni, tracciati e tour per i fanatici dell’Enduro, del Freeride o dell’AllMountain.
Più tranquillo, ma non per questo meno spettacolare, è il programma estivo di escursioni guidate offerto a Bressanone e dintorni nei mesi di luglio, agosto e settembre. Dall’impegnativo al facile, dai laghi di montagna alla luna piena e all’alba e al tramonto, c’è qualcosa per gli occhi, l’anima e la forma fisica per ogni appassionato di escursionismo.
Chi pensa che le acque verde smeraldo esistano solo in riva al mare, sarà smentito dall’impegnativa escursione ai Laghi Gelati. Tra rose alpine e pini cembri, i due laghi di montagna con la loro acqua cristallina e verde smeraldo si trovano sopra la Valle di Scaleres nelle Alpi Sarentine. Un vero e proprio luogo energetico che può essere raggiunto con un piccolo sforzo. L’escursione prosegue poi fino alla Forcella di S. Lorenzo, da cui si può godere della vista sulle montagne circostanti e sulle Dolomiti di fronte.
Tre cime (Telegrafo, Fana e Grande Gabler) in un giorno? Fattibile! Il Tour delle Tre Cime è classificato come moderatamente difficile, ma porta con sé una “sensazione di conquista della vetta” per tre volte e, inoltre, viste impagabili sul Sass de Putia e sulle Odle. Il punto di partenza è la stazione a monte della cabinovia della Plose; quindi, avete già conquistato comodamente qualche metro di altitudine.
Ogni tramonto in montagna è un’esperienza speciale per l’anima. “Montagne infuocate” è il nome dell’escursione al tramonto sulla Plose. Nel pomeriggio, quando i rumori degli escursionisti si affievoliscono e si sente solo il silenzio o il frinire dei grilli, si cammina lungo l’Alta Via delle Dolomiti fino al rifugio Cai Plose per la cena. Un’altra breve escursione fino allo Schönjöchl e lì ci si lascia stupire dalle cime dolomitiche rosso fuoco, dalle montagne delle Alpi Sarentine e dalla dorsale alpina principale che si riempie di luce serale. Nell’oscurità, pieni di emozioni, si torna a valle.
Ogni notte di luna piena è magica, soprattutto se la si trascorre in un alpeggio sopra la valle. Al chiarore della luna, il paesaggio si trasforma, il silenzio avvolgente è interrotto solo dallo scalpiccio degli animali notturni. L’escursione con la luna piena sull’Alpe di Rodengo e Luson è uno di quei momenti speciali che ogni escursionista dovrebbe vivere almeno una volta nella vita. Il buio, la luce della luna e il silenzio notturno esaltano tutti i sensi.
E poi c’è il “Grande Cinema“, l’alba al Gabler. Quasi ancora di notte, la cabinovia Pfannspitz inizia a girare. Dalla stazione a monte si sale fino alla cima del Grande Gabler (2.576 m) e si aspetta… fino a quando i primi raggi di sole si intravedono a est. Raggiungono prima le cime del Sass de Putia, delle Odle di Eores e della Val di Funes. La sensazione di inizio giornata nella natura libera è indescrivibile. Proprio come la ricca colazione con specialità fatte in casa e prodotti altoatesini nel rifugio Pfannspitzhütte dopo la discesa.
Una vera e propria festa di suoni ed emozioni si svolge il 19 agosto sulla Plose. Il concerto all’alba con il duo musicale Anger di Bressanone si svolge alle 6:15 del mattino. Dopo il concerto non può mancare una ricca colazione.
Highlight
E qui di seguito alcuni eventi da non perdere: 7-9 luglio – Brixen Street Food Festival nei Giardini Rapp con vari food truck, buon cibo e accompagnamento musicale
20 & 27 luglio, 3 & 10 agosto – Summer Emotions: per quattro giovedì d’estate, il centro storico di Bressanone sarà dominato da un’atmosfera speciale, da buona musica, da prelibatezze culinarie e da bevande fresche.
2 agosto – Dine, Wine & Music in piazza del Duomo: qui i locandieri di Bressanone servono specialità gastronomiche accompagnate da vini della Valle Isarco e da vivace musica dal vivo.
25-26 agosto – Giornate del miele in Alto Adige: Luogo di incontro per apicoltori e amanti delle api con degustazioni e stand informativi A proposito: sul tetto del Bressanone Turismo ci sono 4 arnie. Il “miele cittadino” prodotto qui dalle api operose viene venduto direttamente come goloso souvenir.
Bressanone sostenibile
Con il treno si raggiunge Bressanone in modo rapido e senza stress. La stazione ferroviaria dista pochi minuti a piedi dal centro cittadino. Con la BrixenCard si possono utilizzare liberamente tutti i trasporti pubblici e molto altro ancora.
Tutti dovrebbero bere 2 litri di acqua al giorno. Soprattutto in estate e quando si è in giro in città o in montagna, non bisogna mai dimenticare di bere. Il progetto “Refill” mostra dove sono disponibili fontanelle di acqua potabile a Bressanone, Varna, Novacella, Fortezza e sulla Plose per riempire la propria bottiglia di buona acqua potabile. In loco è disponibile l’elegante bottiglia in acciaio inox Brixen Refill. “
Come avete visto, ho passato qualche giorno a fotografare gatti e non solo, a camminare tanto. Come prodromo alle camminate successive vi propongo, come ultimo passaggio a nord-est (poi andiamo decisamente più a sud) un dolce flaner per le strade di Trieste, a cui si può aggiungere, dato che ormai il caldo è arrivato, anche una indicazione su dove buttarsi in mare. Qui è presto detto: a Barcola (dove si può andare in autobus perché quando sono passata io, i parcheggi erano già belli pieni, figuratevi in estate ) o ai bagni “storici”, Lanterna e Ausonia, che sono i preferiti dai veri triestini (c’è tutto un capitolo nella guida che vi ho citato, e ho il forte sospetto che, fatte le debite proporzioni, sia come tra il Cristo e la Pista qui a Mandrognistan Ville)
Piazza Unità
E’ pure una passeggiata pianeggiante, quindi a prova di ginocchia o quasi. Si parte in un punto qualsiasi del lungomare, magari davanti al Salone degli Incanti, la borsa del pesce che ora è uno spazio espositivo (ed è anche un gradevole edificio liberty – o comunque di quello stile orientaleggiante molto diffuso alla fine dell’Ottocento).
Nelle vicinanze c’è piazza Venezia, da cui si può partire per una passeggiana per il borgo teresiano e giuseppino, quando la città diventa il porto franco dell’impero, affacciato a oriente e sul mediterraneo, fondamentale per uno stato che era tendenzialmente e storicamente continentale. In mezzo alla piazza c’è una statua dello sfortunato Massimiliano d’Asburgo (ci vuole veramente una bella sfiga per farsi costruire un castello a Trieste – la statua lo indica – e poi finire fucilato dai ribelli messicani). Sulla stessa piazza, dallo stile pare veramente di essere in Austria, si affaccia il Museo Revoltella (la casa museo Revoltella, che apparteneva al ricchissimo imprenditore tra i finaziatori del Canale di Suez).
Proseguendo per via Torino si entra nel borgo giuseppino e si arriva in breve a una piccola piazza, ora piazza Hortis, centrale nei libri di Svevo perché c’è la Biblioteca in cui trascorreva varie ore dopo l’ufficio. E infatti proprio davanti al cancello del giardino c’è una statua di Svevo (volendo si può andare in cerca di Saba e Joyce). Dietro al giardino c’è il Liceo nautico di Trieste, una delle istituzioni fatte costruire proprio per il porto franco. Proseguendo per via di Cavana si arriva alla piazza omonima, che è l’inizio della città vecchia. Ci sono botteghe di antiquariato, una farmacia storica, le bancarelle dell’ortofrutta con tanti cetrioli e un’atmosfera vivace e affaccendata (e quasi zero turisti).
Quelli si trovano andando sempre diritto e attraversando al semaforo per non farsi arrotare, in piazza Unità d’Italia, che è una delle più belle piazze italiane per me (sorry, Roma Firenze e Siena, va beh diciamo che Piazza del Campo è più bella, perché è stato il mio viaggio di nozze, a piazza San Pietro ho rischiato un paio di volte l’insolazione in attesa del Papa, Trinità dei Monti non è mai stata nelle mie corde e a Firenze c’è troppa gente – ho visto vuota persino piazza San Pietro, Firenze mai)
Dietro alla foto che vedete c’è il molo Audace, dove facilmente si gioca con la bora, quando c’è. Sempre dritto e si è nella piazza della Borsa, dove con una breve deviazione ci si ritrova nel vecchio ghetto, dove era concentrata una buona parte della numerosa comunità ebraica di Trieste. Il ghetto non esiste più, sanificato, come una parte della città vecchia e più bizzarra, dal piccone risatore, ma le sue tracce sono ancra visisbili tra via delle Beccherie e via dei Rettori, specie se entrate dal passaggio della Portizza. Tornati in piazza della Borsa e andando sempre dritto (la città è di origine romana e andando dritto o facendo strani angoli retti si arriva dove si vuole) si arriva alla piazza di Ponte Rosso, al Canale e alla basilica serbo Ortodossa, che è visitabile, e finisce per sovrastare la dirimpettaia chiesa di Sant’Agostino.
Arrivati qui, o facendo un paio di angoli retti arrivate alla Sinagoga, che merita una visita, o potete andare a riposarvi ai giardini pubblici. Oppure, andando sempre dritti, arrivare in piazza Oberdan e guardare la Narodni Dom, dal cui incendio è partito tutto.
Ah se poi tornate sul lungo mare, ricordate che a Trieste c’è il museo della Bora.
Continua la rassegna dei luoghi storici di Trieste
3. Il Magazzino 18, ossia la tragedia dell’Esodo istriano.
Il magazzino 18, in quanto edificio, attualmente è in restauro, a causa di problemi di staticità dell’edificio stesso; quanto conteneva, è stato spostato nell’adiacente Magazzino 26, nella zona del Porto vecchio, il porto franco di Trieste, una zona che una volta era una specie di città nella città. E ancora oggi ci sono difficoltà oggettive nella fruizione del luogo, all’esterno, ad esempio, è vietato fotografare per ragioni di sicurezza, che anturalmente non riguardano la sede museale che tecnicamente è una parte del Civico Museo della Civiltà Istriana Fiumana e Dalmata. Nel magazzino erano depositati i beni delle persone, più di 350.000, che lasciarono l’Istria, la Dalmazia e Fiume, e che per un certo tempo vissero in campi profughi, in condizioni non particolarmente felici (ho il sospetto che quelli che furono mandati in Piemonte, anche alla caserma Passalacqua di Tortona e alle Casermette qui nel natio Mandrognistan se la passassero complessivamente meglio, anche in termini di integrazione). Molti non potevano, nei pochi metri quadrati che avevano a disposizione, usare i mobili e le masserizie che avevano portato con sé, altri, sul punto di emigrare in America e in Australia, lasciarono indietro molte cose. Alla fine le cose sono diventate res nullius, se non sono state più reclamate dai loro antichi proprietari, e sono state ammassate lì, senza più ordine, sinchè sono diventate oggetti da museo. (Una delle cose che ho imparato è che se anche qualcuno, o qualcuno degli eredi, riesce, e talvolta pare capiti, a riconoscere oggetti appartenuti alla sua famiglia, non può più reclamarli, il che mi pare strano, ma non sono un’esperta di diritto). Nel magazzino sono in via di trasferimento anche le collezioni del Museo della Civiltà Istriana, Fiumana e Dalmata.
Si fanno solo visite guidate: le prossime saranno l’8 e il 22 luglio, con prenotazione obbligatoria qui . Noi avevamo una visita guidata, purtroppo. La persona che ha fatto la visita ci ha fatto un comizio, al termine del quale cosa fosse la storia e la cultura istriana era passato felicemente in cavalleria. A sentir lei i truci comunisti ansimavano alle porte di Trieste (che ora sono attraversate dalle rotte balcaniche dei migranti..); per cui, niente foto, niente video, niente domande, non si va in giro (perché ovviamente potevamo fregarci i bottoni. Per altro, in uno scaffale ho trovato un servizio di tazzine identico a quello che aveva mia nonna, e questo dice molto dei consumi di una -piccola- borghesia italiana coeva, dato che la mia nonna materna non era così ricca, anzi).
Ho evitato lo scontro frontale ( ma non ho firmato il registro dei visitatori) e ho dovuto dedicarmi al debunking sul pullmann.
Quello che mi è mancato è il racconto della cultura e della civiltà istriana, che nasce con il dominio veneziano e in parte anche la contestualizzazione dell’esodo e la sorte di chi è venuto in Italia ( anche perché alcune cose sono state messe in modo davvero fazioso: è verissimo che in alcuni luoghi ci furono problemi, come in Emilia o ad Ancona. È vero però anche il contrario, almeno per il Piemonte, dove i sindaci, pure il nostro, si adoperarono per superare il più in fretta possibile la situazione dei campi e delle sistemazioni provvisorie. Ho visto, guardando un plastico di una città costiera ora in Slovenia, che il suo autore portava il cognome di un avvocato e storico di Casale, piuttosto noto. Che non avrei mai associato alla diaspora istriana.)
Magazzino18
4. Dal Medioevo al Risorgimento
Tutto in bella vista sul colle di San Giusto dove c’era chi pregava con l’animo mesto. La basilica con i suoi mosaici è quanto di più bello in materia io abbia visto (e no, non ho visto Ravenna)
E quindi non c’è da meravigliarsi se dopo la guerra il colle è diventato il simbolo dell’avvenuta unificazione: con un grande monumento ai caduti.
Dal piedistallo, in diagonale si vede il faro della Vittoria di Barcola. Tutta la costruzione risale all’altro convitato di pietra, il fascismo.
In fondo (anche se in realtà dalla foto non si vede)
Di tutte le città d’Italia, Trieste è probabilmente l’unica la cui storia ha avuto un impatto sulla vita quotidiana dei suoi abitanti. Non è storia, è adesso.
Quindi, inevitabilmente, il primo post su Trieste ha a che fare con questa storia vivente, e vi condurrà sui tre più importanti luoghi di memoria di Trieste, secondo quello che dovrebbe essere il modo migliore (cioè l’ordine storicamente corretto) per visitarli. Se siete in auto, potete farlo benissimo, partite da est e arrivate a ovest al Magazzino 18, che troverete nel prossimo post.
1. La Risiera di San Sabba
Si trova in un quartiere abbastanza periferico, in effetti alle spalle di un supermercato (io ho visto un Famila la prima volta e ora un Lidl..). L’unico campo di concentramento in Italia , ma all’epoca sotto il diretto controllo della Germania, in cui abbia funzionato un forno crematorio, è dagli anni Settanta un museo, dopo un’importante ristrutturazione progettata dall’architetto triestino Romano Boico, il Civico Museo della Risiera di San Sabba – Monumento Nazionale (il sito, con tutte le informazioni a questo link) La visita è particolarmente suggestiva, sin dall’ingresso, un lungo corridoio di cemento. Dell’edificio orginario è stato conservato il cortile con gli edifici adibiti a celle, e la grande evidente traccia del forno, fatto saltare dai tedeschi alla fine della guerra, il cui perimetro risalta nella pavimentazione. Vi consiglio di visitare anche lo spazio museale, allestito in alcune sale con ingresso dal cortile, dove è possibile leggere le iscrizioni che i prigionieri lasciavano sulle pareti delle celle, integralmente trascritte dal collezionista e attivista triestino Diego de Henriquez (cui è intitolato un altro museo), prima che fossero cancellate quando la Risiera, nel dopoguerra divenne un campo profughi).
2. Basovizza.
Basovizza è diventata, suo malgrado, il simbolo della tragedia delle foibe. Suo malgrado, perché Basovizza non è tecnicamente una foiba, cioè un anfratto naturale, una formazione carsica, ma è un pozzo di miniera , di bauxite, la terra rossa di cui parlano diversi scrittori, in cui, nel periodo dell’occupazione jugoslava di Trieste nel 1945, vennero gettati gli oppositori del regime di Tito, coloro che si opponevano all’annessione alla Jugoslavia, quindi per lo più italiani. La maggior parte delle foibe , specie dove avvennero gli eccidi del primo periodo dell’autunno 1943, si trova in territorio prima jugoslavo ora in Slovenia e Croazia. Basovizza si è trovato ad essere il luogo di memoria più rilevante ancora in territorio italiano, ed è diventato monumento nazionale nel 1992. La visita è libera, perché si tratta di un luogo all’aperto, e nelle vicinanze c’è il centro di documentazione dove alcuni pannelli forniscono una ricostruzione storicamente accurata. Se prenotate una visista troverete i volontari della Lega Nazionale, che fanno una visita accurata e non faziosa (il comitato scientifico dietro al centro di documentazione è il top degli storici locali): qui il link. Però se volete un’informazione chiara, oggettiva e ben fatta, questo è l’unico possibile indirizzo, la mostra multimediale Il confine più lungo, realizzata dai colleghi dell’ Istituto regionale per la storia del movimento di liberazione nel Friuli Venezia Giulia di Trieste (sì, c’è anche Norma Cossetto), che fanno un gran lavoro per rimettere la verità a suo posto
Continua…mi sono resa conto che un pippone troppo lungo ha fatto il suo tempo … così posso essere più polemica nel prossimo
Di libri dedicati a Trieste ce ne sono moltissimi, di scrittori che hanno descritto Trieste, che hanno vissuto a Trieste e che si sono imbevuti di Tireste, pure. E molti li abbiamo studiati anche a scuola, come Italo Svevo, e dire che Svevo era di Trieste bastava già in qualche modo a definirne la natura letteraria.
E con Svevo, Giani Stupanich, Joyce, Slataper, Magris. E quindi il libro del mese, come è giusto, è dedicato a Trieste ed inserito in una meritoria collana delle Edizioni Il Palindromo di Palermo, inserito nella collana città di Carta, di cui ho già qualche volume (Genova, Milano): Trieste di carta. Guida letteraria della città di Gianni Cimador, che ho preso al volo nella libreria del Tergesteo durante una visita.
(Immagine con tavolo pieno di peli di gatto e dopo scannerizzato la copertina, perché ho finalmente e di nuovo una stampante funzionante – next step il decoder).
Anyway una guida letteraria, se come me non amate le guide turistiche classiche è l’ideale per vedere un luogo che vi piace con gli occhi degli altri. In questa trovate tutti gli autori che ho citato, e Saba, Pahór, Marin e altri che non conoscevo.
Di quelle che possiedo di quella collezione, al momento, è quella che ho maggiormente apprezzato. Altrimenti, l’altro mio libro preferito su Trieste è di Mauro Covacich, Trieste sottosopra. Quindici passeggiate nella città del vento, Collana Contromano, Roma-Bari, Laterza, 2006. E ahimè c’è una passeggiata che ancora non ho fatto e nemmeno stavolta ci sono riuscita, ma non dispero, è il Carso. La bora sì, una bora primaverile, niente di che per i locali, ma Trieste senza il suo vento non è Trieste
Premetto,così, sapete subito come regolarvi: non sono in lutto. Né nazionale , né di altro tipo. Non ho guardato il funerale, anche perché il decoder della mia tv ha subito un incidente felino e non l’ho ancora sostituito. Stasera andrò a bere con amiche nate negli anni Novanta ( è una cosa di cui vado orgogliosa, quella di essere amica di persone molto più giovani di me e tranquilli, la cosa è stata ai tempi abbondantemente psicanalizzata pure da mio marito): loro sono nate e vissute nell’era Berlu – per dirla con la Littizzetto, e sostengono concordemente che ha fottuto la loro esistenza in tanti modi, excuse my French.
Io Berlu l’ho visto – visto proprio, non gli ho parlato insieme. Perché è stato qui a Mandrognistan Ville – in realtà, si era collegato via telefono anche lo scorso anno al congresso della locale Forza Italia, che qui non versa in buonissimo stato. Era stato di persona in visita elettorale, credo, ma potrei sbagliarmi, e se qualcuno mi corregge glie ne sarò grata, perché non l’ho trovato nell’archivio online de “Il Piccolo”, nel 2008 per quelle elezioni. Era stato al teatro comunale – e anche quello era un paletto ben definito dato che il teatro non esiste più
Ovviamente, a quelle elezioni qui c’era stato un plebiscito per lui. Facile, vedendo la folla che quella sera aveva parcheggiato auto in ogni buco per andarlo a vedere. E anche noi avevamo avuto una fugace visione dell’Uomo dentro la sua auto blu, partita a razzo con altre auto blu. Ricordo che mi aveva dato l’idea di essere , allora, già vecchio. E la sua platea era decisamente agé. Mio marito aveva detto, una platea di dentiere traballanti. Posso capire che la buona società di Alessandria lo trovasse rassicurante.
La vastità dell’indifferenza in terrazza
A noi già allora faceva arrabbiare, una rabbia che con l’inizio della crisi economica diventò più acuta.
Quindi no, non solo niente lutto, ma una buona bevuta e tante condoglianze ai figli e nipoti, che com’è giusto saranno addolorati (ci sono figli che si vergognano dei padri, però). La cosa più paradossale in tutto ciò è che lo andranno a cremare dove è stato cremato anche mio marito, al tempio di Valenza. E buonanotte.
D’accordo, dopo questo incipit potete defollowarmi. Sono stata a Verona, e quindi vi ammannisco un breve itinerario veronese sans Arena, che fa storia a sè. E’ secondo me, la ragione (buonissima se siete amanti della lirica tradizionale come la Regina Madre, o degli eventoni pop) per cui Verona viene vista un po’ superficialmente. La seconda ragione, se siete come me, è che a Verona fa un caldo belluino, specie d’estate ( quando i quaranta gradi sono la norma – i tre posti più caldi del norditalia, per esperienza diretta, sono Firenze Bologna e Verona*)
L’itinerario inizia e finisce (per caso, originariamente) al ponte della Vittoria. Tra l’altro da lì, se lo attraversate e poi andate diritti per via Armando Diaz e poi un po’ a destra per via Oberdan arrivate anche all’Arena e tout se tient, anche quest’orgia di odonomastica risorgimentale.
Il nostro itinerario ha a che fare con la Verona medievale e sì anche con la casa di Giulietta, che in un giorno festivo era affollata come sempre, ed è un punto turisticamente assai appetibile pur essendo, quasi, un fake: un fake nato, per così dire a tavolino.
Ma andiamo con ordine. Sono andata via per lavoro, mi sono molto divertita e un po’ arrabbiata – era un viaggio istituzionale, organizzato per altro benissimo dai colleghi dell’Ufficio Organi Consultivi del Consiglio Regionale del Piemonte, Comitato Resistenza e Costituzione, i quali si meritano i complimenti insieme all’agenzia di Racconigi che ha vinto l’appalto; in questi casi, lo so per esperienza, è facile che qualcosa vada storto, e invece no, l’unica cosa che è parzialmente andata storta non era colpa di nessuno, ma della STORIA con tutte le lettere maiuscole.
La prima tappa, dopo essere partiti da Torino, aver raccattato me e un altro gruppo di partecipanti al casello di Novara dove c’è un parcheggio pendolari, che di domenica era per fortuna deserto, e dove Meggie è rimasta senza di me per qualche giorno, era Verona per il pranzo.
Giulietta is not there
Comunque prendendo sempre via Diaz, se girate a sinistra vi trovate davanti porta Bonzano. Da lì si entra nella città antica. Ossia il centro storico, dove ci sono negozi, ristoranti e anche molti palazzi storici.
Facendo una bella passeggiata si arriva a piazza delle Erbe, che è il vero centro della città – ed era anche il centro della città romana. E’ dove i veronesi vengono a prendere il caffè e i turisti a guardare i banchi del mercato, ma a parte la sua turisticità è davvero una bella piazza, circondata da una parte dal molto barocco Palazzo Maffei, e dall’altra parte da Casa Mazzanti, che nel Cinquecento fu ricoperta dagli affreschi che si vedono ancora oggi. La casa è collegata all’intistante Palazzo della Ragione da un arco, sotto cui pende una costola di balena. Siccome proprio sotto fu ucciso in un agguato un esponente dei Della Scala è detto anche volto barbaro. E dice la leggenda, che la costola di balena cadrà giù se sotto l’arco passerà un vero “giusto” e quindi aspetta e spera. Dall’arco si arriva in piazza dei Signori o piazza Dante, perché in mezzo troneggia uno statuone del sommo poeta, che com’è noto fu ospite degli Scaligeri. La statua è abbastanza pesante, contrasta con le leggiadre logge rinascimentali della piazza.
Sempre dalla piazza si accede anche al palazzo Della Ragione, che ha due facciate che danno su due piazze diverse ed è comunque una cosa a sè. La cosa più bella è la scala della Ragione in stile veneziano.
Salire sulla torre che vedete pare sia una cosa da fare assolutamente, ma non si poteva.
Comunque tornati in piazza delle Erbe e passati davanti alla statua di un ignoto (per me) poeta dialettale si va dritti sino a trovarsi, sulla sinistra, a casa di Giulietta. E vi assicuro che non potete mancarla. Si entra a pagamento, ma se volete giusto fare un giro in cortile potete. Allora, perché è un fake ? (c’è anche quella di Romeo, nel caso). La storia di Shakespeare è una storia di fantasia, e nemmeno sua, ha preso ispirazione dalla novellistica italiana dell’epoca; a interessarsi a Verona come patria di Giulietta fu il cinema, e Verona capì di essere seduta su un tesoro. La casa di Giulietta è una dimora signorile del XIII secolo, molto rimaneggiata negli anni Trenta; come pure la casa di Romeo che si trova vicino alle arche Scaligere (ci si arriva proseguendo oltre il palazzo Maffei). Entrambe sono dimore di famiglie molto importanti, le sole che potevano permettersi palazzi di quelle dimensioni. Poi la storia è un’altra cosa, ma il romanticismo, lì e altrove innegabilmente c’è.
Tornati al nostro ponte della Vittoria non ho potuto non notare come il ponte e la piazza siano il frutto di un magniloquente intervento urbanistico di epoca fascista, un nuovo asse che dall’arena romana portava dritta alla affermazione dei nuovi eredi dell’impero. E il cerchio, urbanisticamente, si chiude.
Lo so, è impossibile finirla con il lago di Garda, che è uno dei posti più belli che ci sono in Italia, (e ce ne sono… con questo non intendo dire che non ci siano posti belli al di sotto della linea gotica, figuriamoci – e può darsi, ma può darsi, che ne parli, tra un po’, dato che sono sempre in cerca di posti da esplorare e anche che , come dire, ho dei cerchi da chiudere- ma sono proprio nordica per indole e aspirazioni e quello che si trova da Torino a Trieste e un po’ più in là appaga pienamente la mia indole). Comunque, voglio finire di annoiarvi con il lago di Garda proponendovi un itinerario ciclopedonale che a me è molto piaciuto.
E a quanto sembra è anche un favorito della gente del posto.
Si parte da Santa Maria di Lugana, che è la frazione a valle della penisola di Sirmione, a fianco della chiesa di Santa Maria o della pasticceria La Fenice (a seconda se siete credenti o laici – ma un salto alla pasticceria lo farei, ci sono dolci davvero da paura…). In ogni caso, sono due punti di riferimento che difficilmente possono sfuggire. C’è anche un piccolo parcheggio dietro. L’itinerario è in parte asfaltato in parte sterrato, inizia immediatamente dopo il porticciolo ed è sul bordo del lago, dove è possibile ammirare le canne, innumerevoli uccelli e i cani che vanno a spasso – l’ho detto, è un itinerario favorito dalla gente del posto che ha bambini da far giocare e cani da portare fuori. C’è anche l’area sosta camper che costa 25 euro la notte (avere amiche camperiste che attaccano bottone con chiunque risulta sempre utile per fornirvi dati. La coppia interpellata, due veronesi con vecchio cagnetto, non era però soddisfattissima dei servizi offerti per tale cifra, ma riconosceva che la posizione era impagabile)
Per la verità non c’è molto da dire sull’itinerario in sè, se non che permette di avere molti interessanti scorci sul lago (ovviamente meglio se la giornata è limpida), ma che, ed è l’unica cosa da segnalare , nonostante gli alberi è per lo più al sole, quindi meglio dedicarcisi nelle mezze stagioni. In compenso sui prati c’erano già persone in costume da bagno, quindi se fa troppo caldo potete sempre buttarvi.
Quello che è veramente interessante si trova alla fine del percorso nel tratto dedicato a Margherita H43e45rack (scusate, è passato qualcuno sulla tastiera, non contento di aver cercato di arrampicarsi sulla mia gamba). All’altezza di punta Grò, c’è l’ecomuseo Casa del Pescatore, che racconta, anche tramite un’esperienza audiovisiva coinvolgente, la vita dei pescatori del Garda, in un percorso storico, e anche ambientale, su un aspetto del lago che ignoravo, che non è ovviamente la pesca a scopo alimentare, ma anche l’allevamento e il ripopolamento delle specie pescate. Ci sono le barche, le rimesse, le chiuse e i piccoli canali dove le barche erano alloggiate. La casa del pescatore, un luogo esistente che è stato accuratamente restaurato presenta anche tutti gli elementi della quotidianità, barche, reti, attrezzi compresi. L’ingresso è gratuito, è aperto la domenica mattina, e vale da solo l’intera passeggiata.