Per partire dalla fine, non ho riconosciuto quasi nulla di St. Malo, nemmeno l’hotel dove avevamo passato parte della nostra luna di miele (quello da cui ci avevano cacciato perché arrivati troppo tardi per la prenotazione- cosa che nessuno ci aveva detto, che c’era un orario limite- invece è ancora lì, extra muros, sulla passeggiata. Luogo di una mia memorabile sfuriata).
St. Malo è una città elegante e turistica, e io ricordavo una specie di borgo di pescatori. Mi è stato fatto giustamente notare che sono passati più o meno trent’anni, e come dire, things change, e molto. Eleganti negozi, ristoranti (ok lo scopo era quello di mangiare i leggendari frutti di mare ed è stato raggiunto ad un prezzo tutto sommato equo) e la passeggiata sui remparts al tramonto che rimane spettacolare.
L’itinerario ci ha fatto partire da Mont St Michel, che nessuna di noi aveva particolarmente voglia di rivedere e che abbiamo salutato da lontano (tenete conto che ricordavo benissimo di aver parcheggiato in bassa marea nei pressi della salita e ora si lascia l’auto a circa quattro km) e poi abbiamo preso la strada costiera sino a Cancale, che è un borgo molto grazioso, dove ci siamo presi, a intervalli regolari, una serie di acquazzoni, che erano l’unica cosa della Bretagna che ci mancava . Cancale è vicinissima a Saint Malo.
Abbiamo passato una giornata intera al mare, e siamo partiti per La Baule, che è una famosa stazione balneare , dove ci sono piccoli tesori liberty (anche non tanto piccoli : il più famoso è un grand hotel ancora in esercizio), e per il resto il lungomare pare Chiavari o Mentone o qualunque altro posto sviluppatosi negli anni Sessanta.
Però ha dieci? Venti? Km di spiaggia di sabbia finissima bianca (quella che ritrovi dopo giorni e giorni nei posti più impensabili). Spiaggia libera. Con chioschi, ristoranti, insomma tutto il necessario. E un mare al netto delle alghe pulitissimo.
E i gabbiani… dapprima abbiamo pensato eh ormai sono quasi domestici. Poi vedendo un gruppo di ragazze correre verso i loro averi, abbiamo capito che sono bestiacce che ti rubano il pranzo, altro che animali domestici .
Alle volte ci vogliono giornate così anche se io e Amica giovane non siamo tipi da restare tutto il giorno sulla sabbia (rovente) . Così nel pomeriggio siamo andate a trovare altre spiagge e una costa molto più selvaggia a Quiberon. Onde più alte, coste rocciose, surfisti.
Giorno 3 Sono stata su un catamarano (non di quelli da gara), uno di quelli grandi con un equipaggio di tre persone ed è stata un’esperienza appassionante.
Il Eux et nous è partito puntuale dal porto di Baden (lasciando a terra una coppia di tedeschi che non avevano dato più segni di vita – non dico che lo skipper fosse contento, ma nemmeno molto dispiaciuto: i sette passeggeri noi inclusi erano nel complesso simpatici) e ha navigato lungo le isole del golfo del Morbihan- attraverso fari, menhir, cairn, penisole, barche a vela, vento.
Solo il rumore del mare (i gitanti hanno rifiutato la musica).
Ci hanno offerto la colazione e poi l’aperitivo e io ho preso un cocktail di frutta e gin. Pensando se non mi viene mal di stomaco su un catamarano che balla sulla marea crescente andrà bene quasi tutto (ho un impegno a luglio in cui avere questo tipo di skill sarà molto utile).
Non mi sono nemmeno accorta di aver bevuto (e al pomeriggio ho guidato per tutta la strada da Dinan).
Tra l’altro questa magnifica esperienza mi è stata regalata (non dalla compagnia di navigazione, ma da un’amica davvero speciale)
Uno degli scopi del nostro viaggio in Bretagna è vedere i menhir, tanti menhir. Così siamo andati a Carnac.
Trovarli è tutto sommato facile, ci sono i parcheggi, felci alte due metri, zecche incluse ehm sì, e i recinti con dentro menhir.
Sul momento sembrava di essere a Cerveteri (con la differenza che due anni fa mi ero sparata km di scale senza fiatare). Con una differenza. I menhir erano contenuti in un recinto chiuso. Da quanto abbiamo capito (visto), anche le visite guidate restano fuori. Abbiamo anche capito che una battagliera associazione si batte contro la trasformazione della zona in un parco a tema.
In questo modo è possibile avere un unico punto di vista, quello dell’amministrazione. I menhir sono molto suggestivi, quelli “singoli” di più (come il géant de Manio).
Ma tutta la zona potrebbe essere valorizzata meglio (cioè diventare un vero parco archeologico- quelli mancano, gli archeologi, voglio dire.)
Oggi giorno del solstizio, io e Amica giovane abbiamo attraversato la Francia. Subito dopo Ginevra alla fine del territorio conosciuto da tutte e due (traforo, tornanti, la prima funivia della Aiguille du Midi, gazze e cornacchie che passeggiavano in mezzo alla carreggiata perché non c’era nessuno, letteralmente) abbiamo pensato Aaah finalmente dei panorami nuovi. Il centro centro della Francia manca a tutte e due, chissà cosa vediamo (mancano anche i Pirenei ma è un ‘altra storia e un altro viaggio).
Spoiler: foreste. Foreste e ancora foreste. Disabitate. Qualche mucca, dei cavalli. Poche auto. Una fattoria ogni tanto.
Vedevi gente solo nelle aree di servizio, alle pause idrauliche.
Fuori 38 gradi (anche in Francia sono giorni di grande canicola ), ma la temperatura ha cominciato a scendere come detto da Meteo France avvicinandoci all’oceano.
Stasera a Auray, per la festa della Musica che si tiene al solstizio, ci vorrà la felpona.
Il centro Auray
Ovviamente il nostro padrone di casa ha dei gatti (probabilmente abbiamo scelto la casa apposta)
ma fa già troppo caldo. Per dire, andando al lavoro in bicicletta di venerdì 13, che è un ulteriore sprezzo del pericolo rispetto al già rilevante pericolo ordinario, non tanto lontano da casa la bici ha cominciato a sbandare e mi sono accorta di avere una gomma completamente a terra. L’ho guardata, e dato che di fronte all’ufficio si trova l’unico posto in cui ti aggiustano le bici in Mandrognistan Ville, dove ricordo che l’unica salita è il cavalcavia del Cristo, quindi un posto perfetto per andare in bici, insomma ho cominciato a spingere. E mentre il telefono squillava per conto suo, mi sono poi fermata a considerare che forse era meglio avvertire in ufficio.
Ma stai bene?
Sì sì devo solo far aggiustare la bici
Ti devo venire incontro?
Ma no dai , la porto dal biciclettaio e vengo.
Ma il ginocchio sta bene?
….
Questo è quello che succede quando il mondo sa che di quando in quando finisci con la faccia a terra di solito dove e quando non dovresti ( tipo la passeggiata a mare di Imperia).
Il responso del biciclettaio è stato infausto, copertone e camera d’aria andati. E io gli ho lasciato la bici e ho proseguito con la mia vita.
Ieri sono stata invitata ad una simpatica grigliata nei dintorni di Ronco Scrivia ( in un bosco, praticamente, ai piedi del quale stava il bellissimo orto dei miei amici) . Ho portato delle cosce di pollo marinate pronte per la carbonella (tanta stima per il maschio alfa grigliatore), il caldo era imponente, la giornata piacevolissima, peccato che la sera abbia ricevuto una telefonata di quelle spiacevoli. Controlla che ho preso una zecca ( tre alla fine). Ho controllato e ops , una ( ma abbiamo ancora da fare un ulteriore check, perché non è facile girarsi a 360 gradi). Non ho le apposite pinzette, ma con le mie ho tolto tutto, disinfettato, e ora sto a guardarmi sotto l’ascella. Vi lascio un ben fatto video di istruzioni di @forest_paola su cosa fare e soprattutto cosa non fare in caso.
Il problema è che non l’abbiamo presa in Trentino, dove raccomandano di coprirsi di abiti e di repellenti importanti, in Scozia, dove Amica Giovane ha avuto a che fare con loro più di una volta, o in mezzo alle sequoie. L’abbiamo presa , di tutti i posti, a Ronco Scrivia. Nemmeno in montagna. E nella mia lunga carriera non mi è mai sinora capitato. Troppo caldo? Troppi veicoli di trasmissione? E non sto parlando dell’incolpevole Pepe, la cana della padrona di casa.
Quindi, state attenti là fuori ( le zecche posso trasmettere malattie, quindi è meglio evitare)
Come vi ho raccontato, devo essere stata trasportata alle grotte di Toirano da bambina, imbucata in qualche gita scolastica da uno o l’altro dei miei genitori. Il che riporta all’idea che i bambini vanno abituati ad andare in giro sin da piccoli (e addestrati a dare il minimo disturbo al prossimo, e anche ai genitori, che alla fin fine sarebbero in vacanza: una delle cose che mi accumuna ad Amica Giovane è aver avuto, praticamente, lo stesso padre: nel senso che suo padre e mio padre, su certe cose la pensavano esattamente allo stesso modo. E suo padre ha la mia età, ops)
Quindi da bambina , come capita ai figli di coppie di lavoratori, venivo talvolta portata qui e là, perché di tanto in tanto pure i miei genitori si vergognavano di mollarmi h24 alla nonna convivente (l’altra abitava in campagna) : persino lei aveva diritto alle sue vacanze senza essere disturbata e di solito andava a Loano, con sua cugina (la regina Madre) in una casa del CIF, che non è un detersivo ma un’organizzazione cattolica. O almeno lo era.
Ho raccontato spesso delle mie estati a Courmayeur, meno delle mie estati a Rapallo. Perché, signori, è vero, che negli anni Sessanta con due stipendi medi si poteva passare un mese a Courmayeur e uno a Rapallo, affittando alloggi assolutamente decenti (così entrambi i genitori erano contenti). Magari a Courmayeur un monolocale, e a Rapallo un trilocale, sempre rigorosamente senza ascensore, ma se pensassi adesso di fare le stesse vacanze andrei in bancarotta. Tra l’altro rapallo negli anni Sessanta era considerato molto meno elegante di Santa, che era vicino. E c’erano meno milanesi. La Liguria l’hanno rovinata i Milanesi, e pure Courma. I torinesi, ricordo, vanno meno in Valle e poco a Courma.
Comunque, quando mi capita di andare a Rapallo, finisco per fare la stessa passeggiata che ho fatto per tutta l’infanzia, partendo dal quartiere Milano, che è dove abitavamo noi (Condominio Serenella interno 13; nel quartiere le case avevano, forse hanno ancora, nomi di fiori), che è uno dei non molti posti in cui si può trovare parcheggio. Se si costeggia il torrente Boate sino alla foce si arriva alla spiaggia – a Rapallo non c’è tantissima spiaggia, giusto un paio di stabilimenti vicino al porticciolo e una striscia di spiaggia libera, e poi qualche scoglio alla fine della passeggiata dalla parte opposta. Ecco, questa era la mattinata di mio padre, che detestando andare in spiaggia, ci accompagnava, prendeva forse il caffè e poi con la scusa di andare a comprare il giornale, scompariva sino alle undici e mezza/mezzogiorno, quando io venivo ripescata dall’acqua in cui più o meno avevo trascorso la mattinata bagnandomi prima i piedi poi gradualmente tutto il resto sinché passavano le fatidiche due ore dalla colazione. E poi si andava a pranzo, e poi si faceva un’altra passeggiata. Di solito dove mio padre era già stato la mattina, ossia sino al Castello di Rapallo, ai giardinetti con la fontana con le rane che a me piacevano molto (adesso sono dedicati a Ezra Pound, che ha passato metà della sua vita a Rapallo, ma quando ci andavo io lui era ancora vivo) e poi sino alla fine della passeggiata al Castello dei sogni, che era, ed è ancora , un lussuoso condominio, ed eventualmente sino all’Hotel Bristol. Ritorno attraverso il parco. I vostri 5/6 chilometri ve li fate in tutta tranquillità.
In alternativa potete continuare dalla statua di Cristoforo Colombo, che con Rapallo e Chiavari non ha nulla da spartire ma tutte e due gli hanno dedicato statuone di bronzo con annessa rotonda (in tempi non sospetti), prendere l’Aurelia, passare davanti al lussuoso hotel Excelsior, e arrivare sino a san Michele di Pagana. E’ molto panoramico, ma passa vicino all’Aurelia, e non è del tutto salubre.
D’accordo Anatra abbastanza in remissione ma non a posto (leggiamo anche forse alla mia età non ci si rimette più bene come una volta). È forse questa la maturità, non sapere come risponde la carcassa? Senza doping neh, cioè senza prendere antidolorifici antinfiammatori ecc. va beh siamo a che numero di lamentazioni? 5o6 ? viaggiamo al ritmo di una lagna al mese, e come vedete mi sto lamentando in maniera cortesissima anche se potrei in tali circostanze dare della biada a Lorenzo Musetti – sempre a un livello irraggiungibile anche per i toscani medi.
Comunque, quando cammino cammino, e quando voglio fare qualcosa obbedisco ai consigli del mio ortopedico tatuato in materia di solette e se sarà necessario anche di taping. Avrei voluto mettermi alla prova con un’escursione più lunga, nella fattispecie il Monte Antola, ma lì eccolo il lavoro che me lo ha impedito. Nel caso le ragazze ci hanno messo un’ora e mezza da Casa del Romano e più di due ore in auto da Mandrognistan Ville a Casa del Romano. Il monte Antola che resta nella mia bullet list perché l’ho già affrontato (un pomeriggio che non avevo nulla da fare) è una bella strada, ed è un saliscendi comodo sino sino allo strappo alla croce. Ecco , magari non con un gruppo di trentenni in formissima.
Comunque in un giorno sì siamo andate io e Amica giovane, alle grotte di Toirano. Dove lo scorso anno non me l’ero sentita di andare. ( lo schema è sempre lo stesso, Salone del Libro, fuga al mare – sul sito del Consiglio regionale del Piemonte ci sono ancora foto orrende della sottoscritta in versione premiante, ma non vi lascio il link così fate giustamente fatica). Qui trovate tutte le informazioni logistiche e i prezzi. Sapendo che si camminava ben bene per arrivare al l’imbocco delle grotte, ho preso i bastoncini, e la guida escursionistica mi ha consigliato di aver sempre una mano libera per il corrimano, non perché ha subito visto la mia anatrazoppaggine, ma perché , ragazzi, si scivola. Un sacco. E si cammina, in salita per almeno un’ora e un quarto.
La nostra guida, a differenza dell’istruttore del Cai made in Slovenia di Postumia, ha tenuto un passo molto più agevole, e questo l’ho molto apprezzato perché almeno le grotte me le sono godute.
Pur essendo un luogo noto ed esplorato- ancora in via di esplorazione da parte degli archeologi- e messo in sicurezza, è sicuramente meno addomesticato di Postumia, non solo perché richiede un minimo sforzo in più. Le visite sono strettamente guidate, ogni volta entra un solo gruppo con un numero massimo di visitatori, se avete problemi di claustrofobia meglio palesarli subito ( tra l’altro, vi riaccompagnano fuori e vi rifondono il biglietto) perché ci sono punti piuttosto stretti e bassi: il signore in giacca beige che ho fotografato di schiena ha passato quasi tutta la visita piegato in avanti, e anche a me è capitato parecchie volte e io sto sul metro e settanta. Come a Postumia, il colore di stalattiti e stalagmiti dipende dal minerale che prevale: non bisogna toccare la roccia altrimenti si annerisce- tranne in un punto dove non c’è corrimano, e la roccia è annerita.
Si entra da un versante della montagna, si esce da quello opposto, dove a poca distanza c’è il santuario di Santa Lucia, scavato nella roccia (non è aperto sempre, e bisogna approfittare della presenza di chi lotiene aperto, e che racconta la storia in maniera molto entusiasta. Pure troppo)
La temperatura interna è costante sui 16 gradi, in inverno quindi è più caldo, in estate più fresco, e all’uscita, ci hanno raccontato, trovate praticamente la nebbia.
È molto umido, quindi pensate a una giacca impermeabile . Scarpe adatte assolutamente necessarie, meglio da escursionismo, io avevo quelle leggere di Cmp, anche scarpe da ginnastica, ma non sneakers da città con la suola liscia. Si scivola davvero tanto. Nelle vicinanze ci sono anche le grotte di Borgio Verezzi, in caso, ma a me quelle di Toirano sono piaciute tantissimo.
(Ricordo personale: ricordavo di esserci stata da bambina, probabilmente imbucata da mio padre o da mia madre in una delle loro gite scolastiche e non dovevo averla vissuta benissimo, da bambina il buio mi faceva paura. E infatti ricordavo bene solo la grande camera iniziale, la grotta della Bàsura, la seconda, di Santa Lucia , è stata aperta al pubblico solo negli anni Ottanta)
Non solo il muro è diventato un museo a cielo aperto, tutta la città esibisce la sua storia. Certo anche il Colosseo lo fa, ma la storia antica è ormai lontana da noi: al colosseo ci immaginiamo Russell Crowe o Paul Mezcal (cioè il Gladiatore 1 e 2): insomma Hollywood (spero che questo post non lo legga il mio amico latinista).
A Berlino no.
Oltre alla storia del muro di Berlino , dicevo (di là il presidio antifascista, così veniva chiamato; di qua la libertà, e la droga: ricordate il perfect day di Lou Reed , che viveva a Berlino ovest in quel periodo: a renderlo migliore e a mandare avanti tutto come dice la canzone è l’eroina) c’è anche la storia di cosa viene prima, il terzo Reich e la guerra. Alcuni degli edifici della Berlino di Speer (che con Hesse passò un po’ di anni nella cittadella di Spandau) sono ancora lì e in uso, sopravvissuti alla guerra e a tutto il resto. Lo stadio Olimpico (quello della Riefensthal) Il ministero dell’aviazione di Goering diventato il Ministero federale delle Finanze. Nelle immediate vicinanze a fianco del palazzo del Bauhaus, c’ è un museo all’aperto , la Topografie des Terror, che non solo racconta la storia del Terzo Reich, ma della Berlino del terzo Reich, passata dalla libertà del mondo di Weimar (musica arte cinema) alla cappa dell’oppressione e dello sterminio.
Un giro nel vecchio quartiere ebraico, intorno alla Neue Si nagogue dalla cupola dorata (dove avevo trascinato mio marito nel corso della nostra prima visita) e si cammina letteralmente sulle stolpersteine di Gunther Demnig, che aveva iniziato qui il suo progetto. È anche uno splendido quartiere art deco, con cortili e facciate che si incastrano l’una nell’altra, e diverse librerie, gallerie, stilisti, insomma posti meravigliosi per lo shopping perché non si vive di solo eccetera (se volete capire cosa intendo c’è una bella serie- Babylon Berlin, ambientata in quella Berlino lì, prima del terrore)
Quando siamo stati a Berlino per la prima volta, il muro era letteralmente appena caduto, tanto è vero che sulla mia libreria, in un barattolo di marmellata c’è ancora un pezzo di calcestruzzo e un etichetta incollata scritta da mio marito. Der Mauer. Un vero pezzo di muro, raccolto da lui per strada, dalle parti di quella che adesso è Leipziger Platz, alla fine di una lunga passeggiata da Alexanderplatz lungo tutto l’Unten den Linden (allora camminavamo tutti). Avevamo fatto in tempo a vedere la porta di Brandeburgo – o meglio brandelli di muro davanti alla porta . Che era dietro al muro.
Adesso il muro è storia. Non solo ci sono diversi luoghi che raccontano la storia del muro e della vita col Muro, in particolare in Bernauer strasse, dove è stato conservato un km e mezzo di muro da entrambe le parti, con la zona della morte (i locali non amano l’espressione “terra di nessuno”). Nei pressi c’è anche una delle stazioni fantasma della metropolitana, perché il muro non solo era sopra ma anche sotto. L’unica che aveva continuato a funzionare era quella di Friederichstrasse. Adesso ovviamente sono state riaperte e mentre funzionano regolarmente sono diventate anche luoghi di memoria.
I murales lungo la Sprea
Il muro è anche un museo a cielo aperto. Non solo perché racconta una parte considerevole della storia della città, ma perché è coperto da graffiti e murales che sono essi stessi una parte di storia a partire dal famoso Bacio tra Breznev e Honeker – non il migliore o il più interessante di quelli che si trovano lungo la Sprea, nella parte orientale della città (si raggiungono facilmente dalla fermata della metropolitana di Warschauer Platz, se si riesce a sopravvivere all’attraversamento berlinese del corso- ho notato che l’atteggiamento di auto pedoni e ciclisti è, come dire, molto italiano, tutti passano dappertutto. L’energica signora turca che guidava quel pomeriggio il nostro pullman li odiava proprio i ciclisti, tanto che l’ho capito persino io con il mio tedesco che non si schioda dall’A2). Se poi passate accanto al famoso Checkpoint Charlie, ed è quasi impossibile non notarlo, capirete anche perché molti berlinesi, dei due lati della città- che per alcuni aspetti sono diversi davvero, odiano anche quello.