Un altro piccolo paradiso: Tremosine

Per salire a Tremosine dalla Gardesana, bisogna fare una bella curva a gomito e infilarsi nella famosa strada della forra (attenzione, è a senso unico, si può fare solo in salita sino alle 19), panoramicissima – e abbastanza pericolosa se la percorrete a piedi e in bici, perché lo spazio è davvero poco. Dopo un bel po’ di tornanti, gallerie , grotte e canyon si arriva a Pieve, la prima e la più importante delle frazioni che compongono il comune di Tremosine. Dalla piazzetta ci si può perdere nei vicoletti e cercare scorci panoramici verso il lago. Alcuni belvedere sono all’interno di ristoranti come la Terrazza sul Brivido – dove siamo arrivati dopo un temporale e il responsabile non ci ha fatto entrare perché si era raggiunta la capienza massima di persone per non creare assembramenti. E’ stato gentile, noi siamo tornate in macchina e un po’ di gente invece lo ha mandato a quel paese, ma non era di certo colpa sua – c’era la Polizia locale e questo voleva dire che da queste parti i controlli ci sono e sono frequenti.

Basta spostarsi più in là, alla chiesa di San Giovanni o in piazza Cozzaglio per godersi un belvedere privo o quasi di limitazioni (ma sulla piazzetta sino a poco tempo fa si entrava al belvedere contingentati e con mascherine obbligatorie). All’interno la molto pittoresca Scala tonda, dove andava a meditare proprio Arturo Cozzaglio, il progettista della strada “ che ha strappato Tremosine dall’isolamento secolare”, come si legge sul cartello esplicativo . Adesso con il sistema di sensi unici gli abitanti non sono proprio felicissimi, almeno quelli con cui abbiamo parlato, ma non credo che allargare la strada sia la soluzione.

Comunque anche Tremosine ha il suo Sito in cui si trovano tutte le informazioni sulla sentieristica, noi in realtà volevamo scoprire le frazioni (17) che compongono il paese e i nostri km c’è lì siamo macinati in altro modo.

In realtà venendo da Limone, a Pieve ci siamo arrivati alla fine e la strada della forra l’abbiamo percorsa un altro giorno, grazie al navigatore che era evidentemente al corrente delle limitazioni del traffico. Il primo luogo in cui cisiamo imbattuti è stato Voltino, con la sua chiesetta e anche da lì un notevole panorama

Nuvoloni in arrivo a Voltino

Da lì abbiamo raggiunto la frazione più alta, Vesia, dove siamo stati raggiunti da una grandinata e abbiamo perso il secondo belvedere, e la possibilità di un’escursione o almeno di un pezzo di escursione nella vicina zona di interesse naturalistico. Se non possono le gambe, poteva, forse il caseificio del Garda, ma anche lì abbiamo perso la strada a Voiandes e ci siamo trovate più o meno in mezzo a un campo, dove abbiamo potuto girare entrando nel cortile di una casa, cosa che deve accadere spesso perché un paio di persone ci hanno lanciato un’occhiata assolutamente indifferente.

E da lì siamo poi ridiscese, cioè siamo tornate indietro a Pieve, e abbiamo mangiato ai borsi di una splendida piscina , in un locale che si chiama 3Mozin, che consigliamo in tutti i sensi, si mangia bene, la piscina è spettacolare e il padrone ci ha raccontato le vicissitudini dei sensi unici.

Il sentiero escursionistico più noto è il 141 (EE) che parte proprio sotto il belvedere e arriva al lago, ma ai vai uffici turistici ci sono persone che sanno spiegare tutti gli itinerari (per noi, la simpatica ragazza di Voltino)

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Noi solo noi ( just another day in Paradise)

Con  Il Giornale di Brescia  e L’Adige che sparavano a titoloni TUTTO ESAURITO SUL GARDA capite bene che il nostro Ferragosto è stato per forza alternativo. Per cui il suggerimento di oggi prendetelo per quando la folla sarà meno … folla. Quando ci siamo andati noi, è stato veramente come scoprire un angolo di Paradiso: il lago di Ledro, a due passi da Riva, facilmente raggiungibile con una bella strada, offre tutto. Per iniziare, è circondato da spiagge, sorvegliate, sufficientemente ampie sia di prato e ciottoli, sia di rocce e scogli, con un bell’ angolo anche per gli amanti dei cani e bar alberghi e campeggi. Fare il bagno nel lago è spettacolare, l’acqua è limpidissima, e si nuota tra le trote. In una giornata molto calda quell’acqua è davvero invitante.

C’è poi un sentiero bordolago di una decina di km. Che si può facilmente percorrere sia in bici sia a piedi. Come avrete capito quest’anno siamo un po’appiedate, perché Lulu si è presa una brutta distorsione un paio di settimane fa e ha ancora la caviglia gonfia, quindi siamo più o meno zoppette, perché sforzare la caviglia non è una buona idea ( come chi scrive sa bene avendo passato capodanno del 2018 con la caviglia all’aria), quindi le nostre escursioni sono più che altro passeggiate. Però lo ammetto io ero proprio molto carica…

Abbiamo percorso tutta la valle di Ledro, scoprendo che a pochi km di distanza si trova Bezzecca, che   è il luogo in cui Garibaldi ottenne l’unica nostra vittoria durante la Terza Guerra d’indipendenza ( o Terza Guerra italiana come dicono quelli dall’altra parte). C’è abbastanza ovviamente l’indicazione di un piccolo museo garibaldino ( ma altro non so dire). Prima di arrivare al passo Ampelo c’è ancora una bella zona  umida. Dopo la strada scende in modo abbastanza vertiginoso ( e con un piccolo belvedere su orrido) sino a Storo. Siamo nelle Giudicarie, e il paese, che ha splendide dimore antiche, è abbastanza evidentemente in stato di semi abbandono. Molto triste.

Tanto che abbiamo girato la fida Giulietta e siamo tornate a cena a Riva, con le sue eleganti dimore patrizie, e noi in calzoncini da escursionismo ( sfacelo su sfacelo, insomma)

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Si può sempre essere alternativi

Cosa hai fatto a Ferragosto? Sono andata in spiaggia

Come si vede tasso di assembramento accettabile (dietro ci sono bambine cinesi che starnazzano- credo trovino l’acqua fredda)

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Promemoria ferragostano

Siamo nella settimana di Ferragosto, tutto il mondo è fuori (pure Alpslover e sodali) e sempre per evitare i soliti incidenti – senza sembrare noiosa vi rebloggo questa intervista a Massimiliano Ossini , il conduttore di Linea Bianca , se guardate la tv, in cui dice alcune cose che mi vedono sotanzialmente d’accordo, dato che le ripeto da anni. Tranne il punto 10, perché come sapete, essendo asociale dalla nascita, in montagna vado benissimo anche da sola, e ritengo che si possa fare in tutta sicurezza, avvertendo qualcuno (parenti, amici, l’hotel, l’ufficio delle Guide), dotandosi di app (non sto parlando di Immuni). Vado benissimo anche con altri, in realtà, ma sempre meglio puntualizzare. Comunque, leggete e agite di conseguenza qui Poi, siccome so che vi manca e che anno bisesto anno funesto (e triste quel che gli va appresso, diceva la mia prozia Gilda, figlia della mia bisnonna Arecco, di cui si diceva che si era sposata due volte, con due poveracci: per cui si può capire come l’ottimismo in famiglia anche dal lato materno scorresse a fiumi; in ogni caso siamo sistemati sino al 2021): il consueto #streamofsfiga. In realtà, ma meglio non dirlo a voce troppo alta, le cose non vanno così male. A livello cosmico, credo che manchi solo la morte dei primogeniti e poi possiamo lietamente attendere i Quattro Cavalieri dell’Apocalisse. A livello privato, vivendo in una casa più moderna riesco a tenere a bada gli incidenti, almeno sino ad un certo punto. Esclusi i gatti che aprono le zanzariere, e talvolta saltano sulla ringhiera – ho beccato a farlo la principessa Pipisita, nonostante i quattordici anni quasi compiuti, visto che possono andare dappertutto o quasi non danno particolari problemi. Ho superato uno anzi due nubifragi senza troppi danni: o meglio, il nubifragio numero 1 a giugno, mi ha provocato un corto che ha mandato via la luce. Cioè ha fatto scattare il salvavita in cantina; fortunatamente, avendo a disposizione un parco parenti di sesso maschile, tra tutti sono riusciti a capire cosa era successo, e a farmi individuare il colpevole (probabilmente tutti terrorizzati all’idea di vedermi arrivare con il contenuto del freezer da salvare). Così questa volta, con un vento molto più spaventoso, per prima cosa ho messo via tutte le prese e le ciabatte, spento tutto, e a parte la solita stanza in fondo che si allaga regolarmente pace. Ci ho rimesso una fioriera che è letteralmente volata via. Ma sono riuscita a fissare la rete dei gatti saldamente, tanto che le mie due lampade a led sono rimaste fissate alla ringhiera. Lo so sono stata molto molto fortunata ( e non scherzo) Due giorni dopo mi sveglio e scopro che lo specchio del bagno che era appoggiato allo sgabello da ben prima che tornassi a vivere lì (credo fosse un lascito della signora Pilar), è crollato al suolo (con i risultati che potete immaginare). Si è semplicemente scollato dalla cornice, che invece è rimasta al suo posto – no non sono stati i guastatori con la coda. Mi dicono che essendo un fatto naturale non porta con sé i proverbiali sette anni di iella ( e spero non li porti nemmeno alla signora Pilar). Oddio domenica si è fermata la macchina…
 
E se date un’ occhiata alla pagina nuova Book store c’è un regalino… Da scaricare
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Noi solo noi – senza Tobia ( ovvero come abbiamo snobbato il vate per una piscina)

Nell’estate del covid abbiamo optato per una vacanza rilassante – se possibile, naturalmente – e abbiamo svelto un combinato montagna, mare, terme, relax: il lago di Garda, con in più la possibilità graziosamente concessa di un surplus di cultura. Abbiamo deciso di iniziare dal surplus di cultura, ossia il Vittoriale di Gardone, dimora del Vate in cui ci eravamo dilettate nel corso di una gita scolastica di molti secoli fa (ma io ricordo meglio la visita fatta con i miei l’anno in cui andammo a far Pasqua a Desenzano, con mio padre che recitava a memoria brani delle Laudi). Comunque arriviamo con la solita calma al parcheggio del Vittoriale, lasciamo la macchina all’ombra ( ci sono 36 gradi ) e ci avviciniamo con la folla all’ingresso. Poi Lulù dice che ha fame ( l’idea era trovarci un posto nei giardini e fare un picnic sotto  gli occhi di D’Annunzio) e così anziché trascinarci in giro la borsa da picnic ci siamo messe sotto un ulivo e abbiamo mangiato lì osservando uomini donne bambini cani e turisti tedeschi che andavano su e giù. Caldo talmente soffocante che l’idea di strisciare nel giardino e poi a casa del poeta mi è sembrata semplicemente improponibile. Abbiamo ripreso la macchina e abbiamo raggiunto il nostro hotel in mezzo agli ulivi, abbiamo disfatto i bagagli e ci siamo buttate in piscina. Aah …

Abbiamo barattato il Vate per una piscina e deciso che la cultura la riserviamo alle mezze stagioni.

Tobia è rimasto tristemente a casa a fare la guardia al Giulio. L’ha presa malissimo ( e pure noi in effetti)

La piscina

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I tumpi della Valpe sono molti di più di quanto si crede

Avete indovinato, ci siamo cascate di nuovo. Questa volta le indicazioni sono state fornite dal macellaio, e il luogo non lo troverete su Google Maps. Siamo in valle Angrogna, a due passi da Torre Pellice e i tumpi sono quelli formati dal torrente Angrogna e si trovano nella parte bassa della valle dopo il ponte monumentale di Chiot d’Aiga in direzione di Pradeltorno. Dopo aver chiesto a due bambini e lasciato l’auto precauzionalmente al ponte dove c’è anche un vecchio mulino per fare il solito giretto esplorativo, abbiamo trovato uno splendido laghetto con un numero sostanzialmente basso di persone e una certa facilità di accesso, e pure uno spazio perfetto per lasciare la macchina. Al sole, ma erano tutte al sole.

E una slackline. Anzi due. Una alta, a una ventina di metri dal suolo, cui si accedeva dalla strada ( ho già detto vero che siamo in un canyon , sì?), una più bassa a circa un metro e mezzo dall’acqua, da dove chi cadeva finiva in acqua diretto – in alto, ovviamente erano imbragati.

Siamo stati salutati da un cagnone che è arrivato di corsa, ma senza cattive intenzioni e dietro di lui la padrona, una simpatica ragazza di Cuneo che era con il gruppo che la mattina ( noi nonostante tutto siamo arrivate come al solito con il solleone) aveva tirato la linea. Abbiamo fatto amicizia, lasciato libero il cane che era un cucciolo di un anno, commentato gli addominali altrui e siamo state a mollo nell’acqua gelida tutto il pomeriggio e abbiamo potuto anche nuotare, perché nel laghetto l’acqua era profonda.

Insomma, un posto frequentato da sportivi che hanno combinato un week end di sport e relax ( c’erano i cuneesi, un gruppetto di veneti – accento inconfondibile – e ragazzi del posto. ) Altri cani, birra e come unico rumore quello molto forte della cascata . Lì però abbiamo deciso di evitare l’effetto gelato su cervicale, perché eravamo le più mature del gruppo

Poi uno dei cani ha spaventato suo malgrado la ragazza pachistana che era arrivata con il marito su a piedi da Luserna ( complimenti!) e poi aveva fatto il bagno in burkini ( ma senza velo). Il cane in realtà, un vecchio border collie un po’ scorbutico con gli altri cani, (che però un pezzetto di panino lo aveva gradito assai da me – e questo attesta la sua pericolosità perché come sapete io dai cani in montagna di solito sto alla larga…) il cane dicevo andava su e giù preoccupato seguendo le evoluzione del padrone che era sulla slackline più alta e ovviamente non si è accorto di nulla. Il marito si è arrabbiato, noi abbiamo cercato di spiegare, e intanto il cane se n’è andato da solo. Fine dell’incidente. Comprensibile, se uno ha paura dei cani. Il ragazzo lo aveva un po’ mollato lì, il gruppo di Cuneo, quando erano arrivate altre persone, aveva messo un guinzaglio lungo al cucciolone.

Tasso di assembramento 26 compresi cinque cani. Distanziamento naturale.

Nel tardo pomeriggio abbiamo esplorato altri luoghi della storia valdese salendo a Serre, e da lì a piedi sino alla stele del Chanforan eretta nel 1932 nel luogo in cui nel Cinquecento la comunità valdese aveva aderito alla Riforma, avvicinandosi alla chiesa di Calvino. Nel prato verdissimo c’era molta pace . Proseguendo lungo il sentiero oltre la borgata Odin si arriva alla grotta detta Gheisa d’la Tana, un luogo di rifugio durante il periodo della Cacciata. Siamo poi tornate a Serre, dove il Tempio, vuoto, era aperto e invitante ( le celebrazioni si tengono all’aperto giù a Torre Pellice)

Insomma, le montagne del Piemonte non smettono di procurarci sorprese…

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Piancastagna e dintorni

E’ chiaro che questo è un anno strano, un anno in cui facciamo rete tutti, camminatori, operatori, studiosi e così via. Lo so che andate tutti al “Papeete” ora che non c’è più S…, o che siete in qualche montagna trendy, ma, intanto, valorizziamo quello che abbiamo tra le montagne di casa (o l’Appennino di casa, che è lo stesso), in Piemonte. Anche Piancastagna e il suo comprensorio fanno parte dei sentieri della Libertà, questa volta dal lato acquese / Bormida.

Un collega blogger li ha frequentati in questo periodo e mi ha mandato un resoconto che vi allego: https://paolocalvino.blogspot.com/2020/07/il-sacrario-di-piancastagna-e-altri.html Siccome c’è stato adesso (io non sono più salita da quelle parti, mi ha specificato che la segnaletica (specie quella di Memoria delle Alpi, che c’è anche in Val Borbera, non è in buonissim stato – e quindi un po’ più di attenzione alla strada da percorrere ci vuole (e mancano anche quelle informazioni storiche che rendono interessante la strada)

(foto Isral)

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I tumpi della Valpe

È vero che i tempi difficili fanno apprezzare di più la famiglia, e siccome la mia famiglia allargata si è arricchita di un nuovo membro ( benvenuta Matildina) proprio in piena emergenza Covid, non c’è da stupirsi se mia cugina Millina si sia trovata arruolata nel vasto e mai abbastanza ringraziato mondo dei nonni ( lo dice una che è stata praticamente allevata da nonna). Siccome Matildina e i suoi genitori hanno cercato rifugio dalla calura in Val Pellice, e nonna dal caldo Mandrognistan ( caldo come Calcutta) , si è sobbarcata viaggi della speranza o della disperazione su devastanti mezzi pubblici che praticano il distanziamento sociale boh – nel senso che i pendolari sono pigiati l’uno sull’altro esattamente come prima. Per cui zia acquisita si è offerta di venir su a prendere nonna e finalmente conoscere Matildina

Nonna ha subito detto, ci diamo alla pazza gioia, e poi mi ha mandato un link dove si descrivevano i tumpi di Bobbio Pellice. “ Ci diamo alla pazza gioia” non coincide probabilmente con la vostra idea di pazza gioia. Diciamo che sta a metà fra la pubblica idea di quello che abitualmente si identifica con “ alla pazza gioia”: sesso alcool e rock &roll, e l’ idea di Robert Antonioli : correre in cima al Gran Zebrù prima di colazione. Siccome l’itinerario non era chiarissimo, siamo andati abbastanza a caso, e abbiamo avuto ragione.

Premessa : la Grande Calura. Sono partita da Calcutta, pardon Mandrognistan Ville, ad un ora insolitamente presta per le mie abitudini e senza caffè perché me ne sono dimenticata per far presto, ho trovato il prevedibile traffico in tangenziale a Torino, dato che era un giorno da bollino nero, e sono arrivata in tempo per scoprire che dormivano tutti e mia cugina era andata a far la spesa. Una volta arrivata, posata la spesa, e recuperati i bagagli che abbiamo messo in macchina, siamo partiti alla volta della valle dei Carbonieri. I tumpi, caldaie formate dai salti del torrente Ghicciard, si trovano lungo la strada, asfaltata, ma molto stretta e con problemi di incrocio, che sale al rifugio Barbara Lowry. Lungo la strada ci sono vari posteggi per le auto, a pagamento, da quello che abbiamo capito, perché comunque noi l’auto l’abbiamo lasciata all’inizio della strada ( con altre persone), fidandoci di Google che dava un chilometro come distanza da percorrere. Alle 11 al sole.

L’anziana signora al parcheggio in basso a cui abbiamo chiesto spiegazioni, dopo aver stigmatizzato il fatto che nessuno faceva più due passi a piedi, aver lodato noi che impavide salivamo con zaino in spalla, ci ha detto che avremmo trovato acciughe a essicare . A piedi abbiamo camminato direi un’oretta prima di trovare il posto che faceva per noi. Le prima caldaie, vicino a quello che probabilmente era un mulino, erano veramente affollate, ma salendo lungo la strada e cercando un posto che non fosse difficilissimo da raggiungere – il torrente forma un canyon simile alle strette di Pertuso, ma geologicamente molto diverso- abbiamo trovato la nostra caletta , dove si trovavano altre persone, ma lo spazio era sufficiente per non darsi fastidio. Soprattutto nonostante bambini e un sentore di grigliate che veniva dall’area picnic soprastante, nessun vociare, musica troppo altra urla e schiamazzi. E c’erano ragazzini che giocavano, adulti che leggevano, treenni che costruivano dighe da rivaleggiare il Vajont. E che si è portata a casa i rifiuti ( c’erano cartelli un po’ ovunque, ma direi che l’antifona è stata capita, il che non si può dire di chi frequenta i torrenti da noi)

Ci siamo grigliati per bene anche noi, e abbiamo assaggiato l’acqua del torrente, un meraviglioso idromassaggio naturale; mia cugina si è buttata coraggiosamente, io sono scivolata su un masso scivoloso, ma nell’acqua fredda complici i quaranta gradi di Calcutta si stava benone . Alcune pozze sono abbastanza profonde da consentire tuffi e nuotate. Consiglio. Ci vogliono scarpe da escursionismo o trail per scendere, come dicevo, è un canyon, e sandali da torrentismo ( costano venti euro da Decathlon e anche in spiaggia vanno meglio delle infradito, e se volete spendere di più, e avere di più, cercatevi dei Teva). Costume da bagno e crema solare e cappello obbligatori.

Abbiamo incontrato nuovamente la signora del parcheggio, e strada facendo molti disperati che ci chiedevano se era ancora lunga, ed avevano appena parcheggiato. Insomma, una patente da veterani dopo un solo giorno. Il consiglio n. 2, più ovvio, è non andarci nei week end, perché c’era davvero molta gente, devastata dalla calura. Salire a piedi, passato lo strappo iniziale in cui la strada prende quota, è comodissimo, non faticoso, nemmeno alle 11 del mattino, e consente di aver sotto controllo tutti i laghetti.

Intanto Matildina si è svegliata, ha conosciuto una persona nuova, abbiamo fatto con lei una bella passeggiata tra le ville di Torre Pellice, e abbiamo terminato con una visita a Tempio, che lo scorso anno avevo trovato chiuso. Siamo poi tornate a Calcutta in tempo per la tromba d’aria che ha devastato mezza città.

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E’ sparito pure il cuore

La situazione del lago Miage, ogni anno, è oggetto di preoccupazione e un po’ di scaramanzia. Da sempre è soggetto ai capricci del ghiacciaio del Miage, ora un ghiacciaio cosiddetto “nero”, ossia ricoperto di detriti. Io non sono riuscita a salire quando sono andata a Courmayeur, ma ci sono andati i miei “inviati” ossia i cugini Elisabetta e Gianmarco Bazza. Questo è il risultato , come si vede dalle foto che mi hanno mandato

Se il torrente (la Dora di Veny) appare bene in salute, il lago quest’anno è molto più piccolo, senza la caratteristica forma a cuore che aveva mantenuto negli ultimi anni, ma con due pozze distinte. e uso il termine pozza non casualmente, perché davvero la superficie appare molto ridotta. Peggio sta andando al ghiacciaio di Pré de Bar, esattamente speculare (nel senso che chiude la val Ferret, come il bacino Combal -Miage chiude la val Veny). qui la lingua inferiore, che aveva la caratteristica forma circolare è quasi completamente scomparsa. Il bacino glaciale o quello che ne è rimasto è ormai solo nella parte duperiore. Ancora negli anni Novanta del secolo scorso, il nostro “gioco” preferito era andare a mettere le mani sul ghiacciaio, che si raggiungeva davvero con una semplice passeggiata. Non c’è davvero altro da dire.

Se non che i cambiamenti climatici stravolgono il paesaggio. E la mano dell’uomo non aiuta.

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Ritorno sul luogo del delitto (Non di sola val Borbera, 2)

Domenica, ben riposata e rinfrancata, ho detto vado a farmi una camminata, ma temendo sia il caldo, sia l’affollamento post Covid, alla fine non mi sono fidata ad andare in uno dei miei soliti posti. E così, perché no, un giro a Carrosio, vicino, non troppo presto così non mi prendo il caldone e c’erano le indicazioni per il geosito…eccetera.

Le circostanze parevano propizie. Niente caldone, poca strada, nessuno in giro, se non un bel gattone vicino alla piazza (ciacola con la sua mamma) e poi ho ripreso il mio sentiero e mi sono resa conto che la volta precedente la freccia indicante il geosito non l’avevamo proprio vista. Perché puntava felicemente nella boscaglia. Oddio, in mezzo all’erba alta pareva insinuarssi una traccia e io bravamente ho affrontato la boscaglia (a “oddio le zecche” ho pensato dopo e fortunatamente dopo attento esame, non ne ho trovato) Il cartello non specificava la natura particolare del geosito – per chi non lo sapesse la parola indica una particolarità geologica specifica di un certo territorio. Ad un certo punto sono finita in un mezzo ad una radura dove la boscaglia diventava più fitta e amen. Cosa voleva dimostrarmi? La radura era una specie di terrazzino panoramico al di sopra dei calanchi che sono una particolarità della zona. Cosa siano i calanchi, se non lo sai già, resta un mistero . Ma questo è il meno: sindaco, pro loco, cai, togliete un po’d’erba. Tornata sul sentiero con le gambe tutte graffiate dai cardi alti quanto me, faccio tre passi e vedo un altro cartello risolutamente puntato verso la boscaglia, che l’altra volta avevamo assolutamente ignorato. Però dice Monte Erbano.

Questa volta non ho sfidato la boscaglia, anche perché ci voleva un machete. Allora ho rifatto il sentiero, sono arrivata sul… colle Erbano? Erbano più in basso? Erbano jr? Poi la strada scendeva decisamente e dopo un angolo pianeggiava e io avevo camminato ben oltre l’ora e mezza. Il mistero permane, e nemmeno la mia cartina lo ha risolto, perché del monte Erbano non c’è traccia.

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