Evaporata

Cari tutti, quando leggerete io sarò evaporata, che mi toccano ancora riunioni varie prima di una meritata settimana di ferie. Eh sì quest’anno cambia tutto, a causa dei miei impegni lavorativi e quindi si torna a ritmi che più hanno a che fare con il passato, cioè quando si partiva con il caldo di luglio. Se vi siete chiesti come mai non ci sono più notizie di concerti e teatro, la realtà è che, essendo boomer, non ho più il fisico per lavorare otto ore e poi scapicollarmi a Asti, Stresa o a casa del diavolo. Senza contare che essendo boomer il pensiero della folla che si accalca non mi piace particolarmente (manco prima, neh) e volendo andare in ferie non vorrei prendermi il covid proprio adesso, che se lo sta prendendo (o ri-prendendo) chiunque io conosca. Però ci sono un paio di cose che vorrei fare, salute soldi e tanto amore permettendo. Invece la settimana di ferie potrebbe prendere una brutta piega, perchè la mia socia ha il raffreddore, dopo tre vaccini e un covid. Speriamo abbia preso il solito colpo d’aria che si becca regolarmente in questo periodo nel passaggio da temperatura frigorifero dell’ufficio all’aria rovente di Calcutta on the Tanaro. Incrociamo le dita e speriamo che lo #streamofsfiga non si sia attaccato anche a lei.

E proprio di Calcutta on the Tanaro, aka Mandrognistan Ville voglio parlare oggi, anche se mi rendo conto che con il termometro fisso tra i 36 e i 38 gradi fare il turista qui non sia proprio il massimo della vita, cioè hai fatto la fatica di chi ha salito l’Alpe di Huez senza avere il panorama, e nemmeno i tifosi.

L’occasione mi è stata data dalla necessità di portare l’auto in officina dopo l'”incidente al pian della Mussa, e siccome mi mancavano pochi km a dover fare la cinghia di distribuzione (un salasso) mi sono accordata per cambiare la ruota e la cinghia nello stesso momento, ho portato l’auto in officina e poi mi sono fatta i quasi tre km tra questa e l’ufficio a piedi ( e poi alla sera, tra ufficio e casa).

Al mattino presto non c’erano ancora le folate di aria calda che caratterizzano queste giornate. Passando sotto la galleria di alberi degli spalti mi ha colpito il rumore incessante delle cicale che cantavano già. Sembra che ci siano cicale nascoste in ogni piccolo pezzo di verde disponibile, sotto gli alberi dei viali, nei giardini, persino tra le rigogliose erbacce del nostro cortile, dove la temperatura alle 13 è ben oltre i quaranta gradi.

Sotto i viali, nonni sfatti e bambini che sembravano aver perso la voglia di saltare.

Proprio questo caldo fa ripensare al fatto che gli alberi mettono al riparo dal caldo – più alberi, meno afa. lo so , state pensando col cavolo dato che la notte non si dorme. Eppure, essendo fuori casa varie volte a orari di solito abbastanza incivili, per la prima volta dalla mia infanzia mi sento rinfrancata dall’estate, anche se il trucco cola e i vestiti si incollano addosso. Soprattutto mi piace l’aspetto semidisabitato che assume questa città in questa stagione, quando sembra che a lavorare si sia rimasti in pochissimi…

Spalto quasi deserto

…e in città sono rimasti i soliti zombi, i disadattati e le persone strambe come noi.

Comunque, se volete farvi un giro nella calura, e ci sono sempre più turisti che lo fanno, non siate timidi, sabato prossimo, dalle 15, c’è il Gay Pride, che torna dopo il Covid. Noi saremo al fresco, sperabilmente, ma per far festa c’è sempre una ragione. (Anche perché, oggettivamente, c’è poco da stare allegri)

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Una volta tanto

Come sapete di tanto in tanto ho attacchi di misantropia , che si acquiscono in particolar modo nel periodo del motoraduno della Madonnina dei centauri: non ho niente contro i centauri in generale, ne conosco anzi parecchi maschi e femmine, nessuno dei quali ama particolarmente quel tipo di adunata (vanno allo Stelvio o a Caponord, ma non in un santuario, e chi può dar loro torto?).

Così mi sono rivolta all’amicizia: ossia mi sono autoinvitata da amici che hanno casa in una frazione di Noasca. Ora, io di solito non mi autoinvito, ma questa volta sono stata abbastanza plateale e devono essersi mossi a pietà. E ho passato un week end splendido (gli itinerari ve li lascio per dopo), anche perché nella loro frazione (8 abitanti fissi in inverno), internet, almeno la mia, si è intasata durante tutto il periodo, come si deduce dal fatto che un post si è caricato due volte, e per due sere ho , letteralmente, guardato le stelle.

Ornella e Sergio, in realtà, sono amici di mio marito, che io ho incontrato attraverso la sua compagnia molti anni fa: allora stavano già insieme e Ornella pareva conoscesse da sempre mio marito. Lui si era sempre meravigliato che del suo gruppo di amici io avessi avuto , da sempre, un feeling particolare per Ornella (e per il grande Longo, ma questa è un’altra storia).

Poi Ornella si era definitivamente stabilita a Milano, lei e Baroni si erano sposati e la vita come sovente succede aveva preso altre strade, ma almeno un paio di volte l’anno si sentivano e Francesco mandava sempre elaborati biglietti a Pasqua e a Natale e penso fosse uno dei pochi che si davano ancora tanta pena ( io ho smesso molto prima)

Però quando Francesco è mancato uno dei primi, sicuramente il primo dei suoi amici che ho chiamato, è stato Longo che a sua volta, ha subito chiamato Ornella.

Poi curiosamente, io ho cambiato lavoro, e ho cominciato ad andare a Milano più spesso e a sentire Ornella di più ( questo prima del Covid naturalmente – adesso per fortuna molte delle riunioni a cui partecipavo si tengono online a ore decisamente più incivili ma almeno a interromperle ci pensano i gatti, non la fuga degli astanti verso la stazione)

E dato che da cosa nasce cosa, sono andata pure a disturbarli a casa loro e a conquistare la loro Fanny che è una gatta viaggiatrice dato che fa la spola tra Milano e la valle Orco ( in realtà è una piemontese trapiantata perché è nata lì).

Potevano non essere gattari? Certo che no

Quindi… ho speso molte parole per ringraziare due amici del cibo, delle chiacchiere, di due notti in cui ho dormito con la coperta, delle stelle, delle passeggiate e sì, di tutto ( anche dell’andare in montagna).

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Week end

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Week end

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Non avrei voluto

Non avrei voluto scrivere questo. Non avrei voluto leggere che ci sono dei dementi che pensano sia scoppiata una mina (dopo i novax, i proputin, i negazionisti, ci mancavano davero i complottisti) e altri dementi che salgono sul ghiacciaio nonostante il divieto e nonostante la pericolosità intrinseca del luogo…

Torniamo indietro. Avrei voluto iniziare con le panchine, che dalle Langhe sono dilagate in tutto il nord Italia. Invece… Sono stata varie volte al Lago di Fedaia, mai con la Funivia di Malga Ciapela, ma la prima volta che ero passata da quelle parti, molti anni fa, c’era ancora la cestovia che dal lago arrivava a Pian dei Fiacconi (al Rifugio che che poi è stato colpito da una slavina nel 2020) e avevo convinto il riluttante marito ad arrivare sin là. Poi mentre lui leggeva al rifugio avevo iniziato a percorrere la frequentatissima traccia sul ghiacciaio per scattare qualche fotografia.

Mettiamoci d’accordo sulle parole: non si tratta di una escursione. Si tratta di una ascensione su ghiacciaio che si conclude con una ferrata, nel migliore dei casi. Il ghiacciaio nel 2000 o giù di lì era a livello del rifugio più o meno. Adesso il punto in cui si calzano i ramponi è molto più in alto perchè lo strato del ghiacciaio è praticamente scomparso, ma per favore non banalizziamo. Tra l’altro, un giro su You Tube e si ha contezza di cosa sia risalire il ghiacciaio (ci sono video di giugno)

L’unica cosa che posso dire è che in periodi di gran caldo, bisogna partire molto presto, e tornare altrettanto presto per evitare pericoli. Altra cosa. Il cambiamento è reale, la maggior parte delle guide escursionistiche e alpinistiche stanno diventando obsolete perché gli itinerari e le vie di salita, letteralmente, non ci sono più. E non sto parlando solo dei Dru o delle Tofane, giusto per citare due crolli che hanno cancellato vie famose e importanti, sto pensando ai sentieri che cambiano, ai punti di riferimento che scompaiono (pensate solo alla devastazione provocata da Vaia anni fa)

Poi vedete voi: la montagna non è un parco giochi, checché ne pensino i responsabili del turismo. Se il crollo fosse avvenuto che so, sul frequentatissimo itinerario attrezzato al Piz Boè, dove ho visto processioni di escursionisti compresi quelli con le sneaker firmate, avremmo avuto gli stessi schiamazzi scomposti. Schiamazzi anche da parte di giornalisti non proprio competenti (e lo so, è anche colpa del fatto che si tratta per lo più di redattori e stagisti sottopagati per aggiornare i siti, quando invece i grandi giornali dovrebbero renersi conto che l’online deve avere la stessa attendibilità del cartaceo). Al mare è lo stesso, si può affogare in un metro d’acqua, e anche un buon nuotatore, ad esempio, evita di buttarsi con il mare grosso e la bandiera rossa, a meno di non voler correre grossi rischi – e poi anche lì c’è sempre il fenomeno).

bisogna scindere tra la legittima responsabilità di chi esce in montagna (mare /lago/fiume/qualsiasi sport) e invece la necessita, l’obbligo di decidere per il clima (il buco nell’ozono, che era lo spauracchio di qualche anno fa è stato affrontato e risolto dall’intervento dei governi). Altrimenti si arriva al si salvi chi può – cioè non noi, direi.

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Pian della Mussa senza incidenti

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Adventures in…

Lo so, cari 650 lettori (Manzoni scansate), che state aspettando con ansia il consueto #streamofsfiga e chi sono io per non accontentarvi? Ormai ho l’impressione che le cose capitino perché io possa scriverne, presto o tardi.

Ma dato che ho passato la settimana a scrivere di cose serie, mi riposo con un post molto meno serio.

Sono andata al Pian della Mussa, decidendo, per una volta, di dar retta alla mia bullet list, e partita a congrua ora, me ne sono andata sino al pianoro in un giorno in cui sulle montagne si vedevano diverse nubi. Devo dire che salendo da Ceres sino a Balme vedevo cose interessanti, quei bei palazzi dell’Ottocento quando nelle valli di Lanzo iniziava la villeggiatura in montagna, la stagione invernale dello ski (il cui uso in Italia è stato importato da quelle parti prima ancora che al Sestriere), insomma mi sentivo pronta per una nuova esplorazione. Quando vado in un posto nuovo di solito mi limito ad un giro senza meta, per vedere gli imbocchi dei sentieri, insomma per mettere i piedi nel luogo e familiarizzare.

C’erano tantissimi fiori, il panorama era quello che era (cioè non c’era per via delle nuvole), me ne sono andata sino alle baite del Giasset, mi sono seduta a guardare il panorama, poi sono scesa per godermi un po’ il pianoro e poi andare giù a Balme a comprare la toma ed eventualmente fare una passeggiata anche a Ceres (che non ho mai visto): insomma una giornata rilassante e senza pensieri.

Torno all’auto, faccio il giro sino al lato passeggero per lasciare lo zaino sul sedile e oplà, gomma a terra. O meglio non solo a terra, ma probabilmente sciupaia (non si legge sh, ma proprio s -c dolce), scoppiata, con il cerchione poggiato direttamente sulle pietre.

Tranquillizzatevi, al Pian della Mussa non circolano pericolosi teppisti (sia mai che mandi in crisi il turismo): la spiegazione più probabile me la sono data da sola, cioè che il fattaccio è avvenuto o strada facendo o addirittura il giorno prima, e la gomma ha retto sin lì e poi ha esalato l’ultimo respiro.

Tuttavia ero in capo al mondo nel tardo pomeriggio di sabato. Valutando il da farsi, la prima cosa che ho fatto è stata di chiamare il mio meccanico (la guida alpina) sperando che magari fosse non troppo lontano da venire a salvarmi – vi ho già detto che il mio meccanico ha il brevetto di guida alpina e accompagna gente a tempo perso? Ditelo, che poteva capitare solo a me…

Comunque la mia scelta ha dato il via a questo dialogo surreale:

  • Pronto?
  • Buongiorno M… sono la prof.ssa… la cugina di Alberto, ha tempo un momento? Mi dispiace disturbarla di sabato pomeriggio. (dico sempre che sono “la prof.ssa”, ho scoperto che al mio prossimo è più facile identificarmi – poi per carità per il mio elettrauto sono “la figlia della maestra”, la sua, eccetera)
  • No, no si figuri, ma sono fuori casa…
  • Ehm anch’io, sono al Pian della Mussa e ho una gomma bucata.
  • Ah che bello il Pian della Mussa, però noi siamo in Sardegna, sa abbiamo degli amici e abbiamo pensato di fare un po’ di vacanza (noi qui significa lui e la sua consorte, a meno che non abbia portato anche sua mamma plurinovantenne).
  • Ah no, ma beato lei , tranquillo cerco di arrangiarmi in ogni caso.
  • Se vuole la guido a distanza così può cambiarla lei (sì ciao, come no, se sapevo cambiare la gomma da sola che ti telefonavo a fare?)

Comunque mi dà diversi consigli (uno almeno l’ho rivenduto al carro attrezzi). Metto giù, perché nel tardo pomeriggio la batteria del telefono si sta scaricando e io NON HO PORTATO IL CAVO DI RICARICA (aggiungete parolacce assortite, ma era una giornata tranquilla alle sette di sera sono a casa a cenare i gatti). Alternativa: o l’ACI o il soccorso stradale dell’Assicurazione della Giulietta, che non ho mai chiamato (vi ricordo che ho due automobili, Meggie ha un’assicurazione veramente basica, così ha senso essere socia Aci).

Così chiamo l’Aci, faccio lo spelling di Balme (la gentile signorina continua a capire Valme anche se dico B come Bologna), frazione Pian della Mussa, città metropolitana di Torino, sono nel primo parcheggio sulla destra, di fronte a me c’è l’agriturismo la Masinà, mi faccio un selfie e te lo mando? Comunque mi dice, una mezz’oretta e sono lì. Non ci credo, ovviamente, e vado a fare una passeggiata sino alla panchina gigante di Pian della Mussa – poi di questa epidemia di panchine giganti dobbiamo parlare. Intanto che sono lì arriva un sms in cui mi dicono che il mio numero di pratica è lungo sei cifre e saranno lì alle 21 – cioè dopo quattro ore e mezza. Per fortuna siamo in estate e c’è luce. Così vado a bere un caffè e intanto mi informo sulla cena. Prenoto, poi vado a prendere il pile perché comincia a fare freschetto, e intanto squilla il telefono:

  • Buonasera sono il soccorso stradale. Ha fatto?
  • Ehm no…
  • Ah … ma non l’ha aiutata nessuno (caro, in giro ci sono sono vecchietti – ossia persone più anziane di me – a cui sinceramente meglio non fare altri incidenti)?
  • No, in effetti.
  • Ah no era per sapere. Sono a Usseglio, sa dov’è?
  • Certo, eh le ci vorrà almeno un’ora e mezza ad arrivare sin qui.
  • Ah conosce questa zona…bene. Arrivo per le otto.
  • Benissimo, se non mi vede sono all’Agriturismo la Masinà a cenare.

Così vado a cenare (e si mangia bene, tra l’altro, sala pienissima). All’improvviso entra una famigliola con due cani , e parte il cane che comincia ad abbaiare (ho capito che non le piaceva il mio zaino verde Technique Extrème – una volta tolto di vista si è calmata istantaneamente. Boh), lui dice: scusate, nel parcheggio c’è una Giulietta con una gomma a terra…

  • Eccomi! E’ la mia.
  • Ha chiamato un carro attrezzi?
  • Sì, ceno intanto che aspetto.
  • Eh meno male, perché poi se viene buio è più difficile cambiarla (Eh già, figlio caro, dare una mano?)

Comunque alle otto spaccate è arrivato il carro attrezzi, di San Maurizio Canavese (Cari amici dell’Aci, ma uno di Torino no?, cintura?, zona Lanzo? Ma povero lui). E’ saltato sui bulloni per riuscire a smontarli, mentre dalle sue tasche volavano il telefono, un braccialetto, il portafoglio. Comunque mettiamo il ruotino (consiglio, anche suo: meglio il ruotino che il kit gonfiabile, se la gomma è tagliata addio), compiliamo le scartoffie, mi dice mi raccomando, vada a non più di 8o all’ora e se ne va sferragliando giù dalla non larghissima strada del Pian della Mussa.

Sono tornata a ottanta all’ora a casa mettendoci una vita, e che fatica non pestare sull’acceleratore…

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Seriamente

Seriamente, non mi stupirei di vedere i quattro cavalieri dell’Apocalisse arrivare cavalcando (e inciampando) lungo i sanpietrini di via Guasco, dove lavoro: epidemie, guerre, catastrofi naturali, siccità e ora anche la musica a palla del vicino rendono questo periodo particolarmente complicato.

Comunque oggi, poiché di tanto in tanto vi tocca, scriverò di alcuni problemi seri con i quali tutti ormai dobbiamo quotidianamente confrontarci.

Del primo avevo già scritto tre anni fa circa qui, prima che l’epidemia, appunto, ci facesse mettere da parte tutta una serie di questioni. Ed è un articolo che vale la pena di rileggere, proprio perché il restringimento dei nostri ghiacciai (e nostro ovviamente perché è un problema transfrontaliero di Italia Francia, Svizzera, Austria) è ormai talmente evidente che personalmente mi fa venire i brividi, anche qui a Calcutta on the Tanaro, che mediamente dalle montagne è piuttosto distante.

Quello che è evidente qui, però, è strettamente legato al paragrafo precedente: il mio territorio e con esso la gran parte della pianura Padana, è in siccità conclamata. Non sono soltanto i ghiacciai a sparire, i torrenti sono già scomparsi, almeno quelli tributari degli Appennini. Il torrente Borbera, teatro di varie scampagnate o semplicemente di pomeriggi passati a leggere al fresco – giusto per fare un esempio – arriva a coprire a malapena le caviglie, quando, in passato, in varie pozze si poteva nuotare.

Beppe Leyduan (@Beppeley) su Twitter proprio oggi ha condiviso le considerazioni di Daniele Berro, o meglio le catastrofiche previsioni di una estate in cui la superficie dei ghiacchiai, già provata da un inverno secco, si troverà ad affrontare una fusione intensa. Vi consiglio di vedere questo timelapse su You Tube che mostra nel triennio 2019 -2021 il fronte di fusione del ghiacciaio di Fellaria in Valmalenco (un altro posto dove è il caso di andare): si tratta di una situazione già vista: gli unici torrenti in salute sono quelli alimentati dalla fusione di un ghiacciaio.

Risparmiare acqua si deve e si può anche nei condomini (perché tra non molto tutti i comuni emaneranno ordinanze restrittive), come consiglia anche l’Uncem:

Rendere la rete idrica più efficiente significa anche “costringere” al riciclo non solo i privato, ma anche l’industria. E i cinque consigli nella colonna a sinistra, senza aver fatto alcuno sforzo particolare, li seguo già da tempo (e io vivo in un edificio degli anni 70 non proprio efficiente dal punto di vista energetico).

Sempre a proporsito d’acqua, sapete che in Piemonte è (era) vietato fare il bagno nei torrenti? Sempre a causa della PSA… ma in Liguria no. Certo sono cose che fanno cadere le braccia, anche perché si tratta di un altro divieto che è stato bellamente ignorato sinora, e credo non sarà facile far rispettare anche a desso, sino a quando non saranno messi i dispenser di disinfettante da spargere sulle scarpe per evitare di trasportare il contagio. Vi assicuro che non è uno scherzo, come la rete anti cinghiale che hanno iniziato a depositare in varie zone da Ponzone ai bordi dell’A26. I guardiaboschi con cui ho parlato avevano alcune cose da dire, che non ripeterò perché non ho idea se volessero vedere divulgate le loro opioni, ma su una cosa erano d’accordo: tutto questo dipende dall’Europa, perché le misure di contenimento di un’epidemia sono decise a Bruxelles. Sospendo il giudizio. Ho visto le reti, in ogni caso, e dubito che i nostri scaltri cinghiali di Appennino si sentano contenuti, ma tant’è. In ogni caso ci aspettano tempi molto bui e dopo #roevswadeoverturned ci aspettano tempi anche più bui (vi linko il “Post” se non sapete di cosa stiamo parlando:https://www.ilpost.it/2022/06/24/la-corte-suprema-degli-stati-uniti-ha-eliminato-il-diritto-allaborto-a-livello-nazionale/ e se pensate che l’America è lontana da Calcutta on the Tanaro, pensate a Pillon. Qui domenica si vota).

Throwback alle cascate del Toce
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Bullett List

Lo faccio tutti gli anni, e regolarmente me ne dimentico subito dopo: scrivere una lista dei luoghi in cui vorrei andare a camminare durante l’estate / autunno.

Dei luoghi , naturalmente, in cui non sono mai stata, in cui dovrei andare assolutamente, in cui c’è da vergognarsi se non ci sei mai andata.

Se facessi un elenco onnicomprensivo, riempirei un quaderno, anzi sicuramente più di uno. Ad esempio, mi mancano tre continenti in toto (per la cronaca, America, Africa , Oceania), e ormai direi che non c’è più tempo. Comunque, oggi che fa caldo la mia voglia di allontanarmi dal condizionatore è pari a quella di Pipisita (che oggi voleva pervicacemente starmi in braccio, con 37 gradi, lei e tutto il suo pelo).

Quindi, dove andare, ammesso che ci riesca.

  • a far qualcosa davanti al Re di pietra
  • al Pian della Mussa, che quasi mi vergogno di non esserci mai andata.
  • al lago Castel (potrei aver l’occasione di tornare in val Formazza per un week end)
  • al rifugio Cai Canada (sopra Pinerolo – un suggerimento di Marika Ciaccia, @my_life_in_trek, qui)
  • Ai Laghi di Cancano (se Tobia non mi vomita in auto – questo dovrebbe farvi capire che qui stiamo dalle parti delle possibilità reali)
  • per la serie “far la pace con” – ossia posti legati alla mia famiglia o che per qualche ragione si portano dietro brutti ricordi : Bognanco; i Laghi di Colbricon (teatro di un memorabile pomeriggio con mio marito), ma far pace con le Pale di San Martino la vedo più dura, per il momento)
  • al Fort de la Turra (il mio personale elefante bianco stile Verdi colline d’Africa, ma non devo andare così lontano per fortuna).
Vi lascio una Pipisita riscaldante

Nota: a quanto sembra il sondaggio non è visibile in talune situazioni – ma proverò a far qualcosa

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Una piacevole camminata familiare

D0VE?

D’accordo, sono anzianotta, ma ciò non significa che di tanto in tanto non possa anche parlare di una montagna aperta a tutti, specialmente a chi sta dalla parte più lunga dell’asta. Detto in altre parole, questo va a beneficio dei miei due pronipotini: e se il maschietto, apparentemente, preferisce il basket ed è già un super tifoso della Bertram – e chi sono io per eccepire, ho pure giocato a basket alle medie – la femmina a giudicare dal piglio con cui vuole attraversare le trafficatissime vie di Torino a due anni, tra un po’ vorrà dedicarsi a qualcosa di più sostanzioso.

Un mesetto fa cercavo qualcosa di piacevole e non troppo lungo e soprattutto di sconosciuto per passare il sabato e così mi sono messa a guardare mappe, scoprendo che c’era un lago a me del tutto sconosciuto nei dintorni di Masera, in Val d’Ossola, il lago di Onzo o di Afonso – che è la frazione vicina. Su internet si parlava di una strada e della possibilità, invece di passare dal sentiero. Tutto vero. E il sentiero, quasi completamente nel bosco, va bene anche nel caldo africano a venire.

Da Masera, ci sono le indicazioni per il lago e soprattutto per l’oratorio di San Rocco: si deve girare a destra in via Rivoira subito dopo l’ufficio postale. La strada è nella sinuosa e arriva alla frazione SRocco. Davanti alla chiesa c’è un piccolo piazzale dove si può parcheggiare, altrimenti si può provare subito dopo il tornante alla frazione Ranco. Comunque di fronte alla chiesa c’è anche l’imbocco del sentiero, che consente di tagliare il tornante, riprendere la strada asfaltata alla frazione Rancò, percorrerla sino in fondo dove sulla destra si trova un cartello inequivocabile. Una volta imboccato il sentiero non è possibile sbagliarsi, perché i segnavia sono sempre evidenti e tra gli alberi si hanno dei graziosi scorci sulla Val d’Ossola

Il sentiero termina in un bar agriturismo, fornito di giochi per i bambini, che si trova sulla strada asfaltata. Da lì o si può seguirla per poche decine di metri, o ritrovare il sentiero al di là della strada che conduce alla piccola diga il cui sbarramento ha dato origine al lago. Curiosità:è una diga di cemento, a gradoni.

Quando ci sono andata io, oltre a me c’era un solitario pescatore.

Al ritorno, ho fatto la strada asfaltata. A occhio e croce, potrebbe essere persino più veloce del sentiero e se avete un passeggino è decisamente consigliabile, ma altrimenti, consiglio decisamente il sentiero che dà persino l’impressione di scalare una montagna (in realtà un risalto roccioso che si aggira). La strada è privata e serve gli abitanti della case sparse prima della diga. Quando sono andata la sbarra era aperta, nonostante i cartelli minacciosi che ordinavano di chiuderla. Appunto.

Il lago è davvero rilassante, e dopo un’oretta di strada è una metà davvero appetibile.

La diga
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