Mentre questo anno bisesto anno funesto si sta mostrando all’altezza delle sue aspettative e pure di più, sabato con la tosse in via di remissione (grande il mio doc, anche se io sono per la chimica dura, la sua soluzione sta egregiamente lavorando e siamo passati da due ore di tosse ininterrotta a un occasionale colpo di tosse qui e là), ho deciso di fare un giretto per provare un paio di scarpe da hiking leggero di Cmp che non avevo ancora sperimentato .
A Masone, dove se no
Anche perché le previsioni davano pioggia a partire dalle 18 e quindi pensavo che un’oretta avrei potuto camminare senza bagnarmi.
Pensavo male: a Masone diluviava già e fatti cento metri ho deciso che non era il caso di rischiar la salute e sono tornata in auto.
Ho pensato di fermarmi a Campo ligure, e andare sino al Castello, dove però il parco era chiuso per rischio idrogeologico. Ho girovagato sotto l’acqua per una mezz’ora, più per tigna, poi ho comprato i pansoti.
A dimostrazione che le giravolte della vita sono belle ma un po’ stressano mi sono presa (di nuovo) un malanno. Come, è arduo dirsi: una botta di freddo in ufficio (il magazzino è freddo per molte ragioni, ma se devi dare un libro a un utente non sempre ti metti il cappotto per cercarlo – specie se devi arrampicarti sugli scaffali più alti)? una botta di freddo quando ho cambiato il contatore vetusto? una botta di freddo e basta? il viaggetto nella ridente Lomellina per salvare un amico approdato per sbaglio a Mortara ? (visti: una cicogna, svariati aironi, e una nutria grande come un cane di media taglia) In più ho potuto spiaggiarmi a intermittenza e questo ha rallentato il mio recovery – vi basti sapere che ho tossito per tutto lo spettacolo di Marco Paolini Boomers (due ore di fila, praticamente) e con questo mi scuso con chi ha sopportato, tra cui un paio di conoscenti che erano nelle vicinanze. Per altro andare a teatro in città, a vedere la prosa, e vedere il teatro gremito fa molto piacere, tosse o non tosse.
Comunque, visto che sono stata a casa, ho letto un libro sulla casa, ossia My Hygge Home di Meik Wiking (che vi potete comprare dove volete), perché avevo letto già uno dei suoi libri sulla Hygge, che è grosso modo, quell’ingrediente che consente ai danesi di essere consistentemente in cima alle classifiche mondiali dei popoli più felici, questo a dispetto del fatto che il clima danese è quello che è (ma qui siamo a Mandrognistan Ville e non può essere peggio) e anche del fatto, e lui lo dice abbastanza esplicitamente in un paio di suoi libri, che la società danese è poco aperta verso gli stranieri e integrarsi è molto difficile. D’altro canto hanno scuole gratuite sino all’università, un ottimo sistema sanitario e un notevole sistema di welfare pubblico e privato: direi che ragioni per essere felici ne hanno.
Ora, io non so se casa mia segue i canoni tradizionli della hygge. Ad esempio, ai danesi piacciono molto le candele e anche a me, ma non sono l’ideale se in casa hai tre gatti che saltano dappertutto (una volta Fanny si è accidentalmente seduta su una candela con tanto di puzza di pelo bruciaticccio – non si è fatta niente ovviamente, non se n’è nemmeno accorta perché era una candelina da the – ma questo ha ucciso le mie candele per così dire) Poi lo stile scandinavo non è esattamente applicabile in un alloggio dove ci sono le tracce di tre famiglie e quattro case (e dove c’è sin troppa roba, ma questo è): ma ci sono molti suggerimenti fattibili e interessanti , anche per la conviviavilità (no, il club di cucina nella mia cucina no). Però adoro i vasi scandinavi (la Danimarca è la madre delle porcellane di design e delle luci soffuse).
Però hygge è hygge, almeno per qualcuna (non so nemmeno come si pronuncia). In ogni caso hygge senza gatto non esiste. ( non dovrebbe essere lì naturalmente, ma adoro la sua faccetta- e le zampone. Ha avuto il suo primo calore, ha fatto pipì nel bidet, e Cinorosino ha provato a sedurla ma ahimé alle sue palline abbiamo fatto zac zac a suo tempo. )
Sabato sono andata a camminare, ma mentre Amica Giovane in due giorni faceva due delle cose che stanno sulla mia bullet list, io ho fatto sei km in piano e mi è tornato male al ginocchio. Colpa mia, che devo rendermi conto che devo mettermi sempre le scarpe giuste quando cammino e non le sneakers fighe anche se apparentemente comode (seguitemi per altri saggi consigli, mannaggia a me). In ogni caso ho tamponato con il solito brufen (ok andrò da un ortopedico, prima che le mie lastre siano da buttare, probabilmente lo sono già ma amen), e oggi sono uscita di nuovo, con qualche sospetto, ma HO SCELTO LE SCARPE GIUSTE (olè)
Da un po’ volevamo vedere la mostra di Artemisia Gentileschi a Genova, quella delle polemiche, per intenderci, e mi sono aggregato a un gruppo di amici di Lulù, tutti giudici (i laici, per così dire, eravamo io e il marito di uno di loro – devo anche dire che conoscendoli quasi tutti un po’ mi è tornata la fiducia nella nostra disastrata giustizia).
Allora la mostra: diciamo meh. O meglio. Il titolo Artemisia Gentileschi, coraggio e passione, in effetti è un po’ fuorviante. Di una cinquantina di quadri, una ventina sono di Artemisia, compresi quelli di recente attribuzione, alcuni del padre (pochi per la verità) cinque o sei dei caravaggeschi liguri di cui sinceramente potevamo fare a meno, il resto sono di contemporanei che hanno trattato gli stessi temi. L’altro punto debole è l’allestimento: oscilla tra il criterio cronologico e quello tematico, li usa tutti e due e tu pensi ah questo è del periodo toscano, poi leggi le didascalie (tutte interessanti e ben argomentate, o l’app, ben fatta) e scopri che lo ha dipinto a Napoli. Di Giuditte e Oloferni ce ne sono almeno quattro. C’è da dire però che i quadri di Artemisia sono per la maggior parte davvero splendidi.
Dopo il lauto pasto all’Archivolto Mongiardino (nel vico omonimo – buonissimo, ma ovviamente gli amici genovesi avevano prenotato un ristorante tipico) ci hanno portato in giro per i vicoli, al Duomo, a San Luca e a San Sisto, ai giardini Luzzati, a vedere la vista sul porto preda della caligo, alla facoltà di architettura che è in una splendida chiesa sconsacrata, a occhieggiare palazzi che non avevamo potuto vedere durante la visita ai Rolli, e la deliziosa chiesa di San Pietro in banchi.
Ho fatto più strada del giorno prima e nemmeno ero stanca (già da Mandrognistan Ville si sente il mare come dice la canzone- in effetti, il nostro mugugno è molto più genovese che lombardo)
Artemisia, la caligo, e il leone del duomo, che mi fa morire con la faccia triste
L’Everest, l’Eiger, il Kilimangiaro: tutte le montagne famose del mondo, comprese quelle dell’Alto Adige, come l’Ortles, il Tribulaun, lo Sciliar, sono sostantivi maschili. Tutte? No, perché la montagna locale di Bressanone è femminile. LA Plose. La montagna locale per lo sci, il tempo libero e le escursioni è da sempre strettamente legata alla città più antica del Tirolo. Almeno una volta al giorno, ogni abitante di Bressanone guarda la Plose: quanta neve c’è, splende il sole, com’è la pista Trametsch, la funivia è in funzione? Anche di notte è possibile vedere le luci che si muovono sulla Plose mentre i battipista preparano la pista Trametsch per il giorno successivo. Da qualsiasi punto della città, la Plose è semplicemente lì!
Per gli appassionati di sport invernali, la Plose offre non solo oltre 40 km di piste per sciatori e snowboarder, ma anche più di 12 km di sentieri per escursioni invernali e oltre 12 km di piste per slittini. Sulla Plose è ora possibile fare le proprie curve sulla “neve con effetto benessere”. “Il nuovo metodo di innevamento consente di risparmiare acqua ed elettricità e ha un effetto positivo sul rafforzamento del sistema immunitario grazie alla riduzione dell’elettrosmog”, si legge sulla homepage. Un’altra novità è la ferrovia di montagna con la stazione intermedia, che consente a sciatori, snowboarder e slittinisti di utilizzare più volte la parte superiore della pista Trametsch e la pista da slittino Rudi Run 4.0. Un’altra novità è la pista Plosebob, che copre 147 metri di altitudine su un percorso guidato da una rotaia. www.plose.org
Questo forte legame tra la città e la montagna ha caratterizzato molti abitanti di Bressanone. Molte persone lavorano su e intorno alla Plose, e ci sono anche donne che svolgono attività uniche. Eh sì, ci sono donne che progettano impianti e piste come Monica Borsatto, già nazionale di sci, e ora progettista di piste a Cortina e responsabile del Soccorso Alpino di Bressanone, o come la gattista Maria Fink, che batte le piste con il suo mezzo, o come le guide naturalistiche, le rifugiste…
E ci sono anche luoghi dove è possibile restare soli (ma con giudizio…) nella natura, lontani da tutto.
(La signora è Maria Fink, la gattista- Foto Brixen Tourismus)
E pure i vari carnevali sono stati rimandati (pure quello di Mandrognistan Ville, ma noi siamo ambrosiani comunque), vi lascio ancora un po’ di foto del Carnevale di Viareggio, un’artigianalità favolosa – parola di Lulù.
Foto di Lulù
In tutto questo io ho lavorato (eh sì).
Ps se viene la puzza sotto al naso per la poltrona di mio marito, per restaurarla dovrei vincere al superenalotto. Sempre che trovi qualcuno in grado di farlo.
Ps2: sì questo post sta alla voce cazzeggio.
Ps3: sì c’è il Festival di Sanremo ma col cavolo che sto sveglia a vederlo, e no non ho fatto nemmeno il Fantasanremo.
Ps4 Ps non vuol dire PlayStation (ok potete defollowarmi)
Un’altra cosa dell’essere a casa ammalata , oltre a farti le paranoie per la montagna di lavoro che ti sei lasciata indietro (io invidio quelli che anche da malati sono sempre sul pezzo, io da malata, no. E per fortuna non mi capita spesso, di ammalarmi, perché io detesto essere ammalata, e se non mi lamento costantemente è perché prima, come spesso succede, le mogli non si ammalano mai, e comunque abbozzano, e adesso se mi lamento i gatti se ne fregano regalmente) è pensare a quello che potrei fare quando starò bene. Spoiler: avevo qualcosa in programma con Luisa a cui ho dovuto rinunciare, un po’ perché, oggettivamente, non sono in formissima, e magari potendo mi spiaggio un altro po’, e perché la mole di cui sopra mi sta già soffiando sul collo. Luisa si è offesa, ma è il mio lavoro che è diverso dal suo. Quindi sarà lei a raccontarvi il Carnevale di Viareggio e non io. Perché ridendo e scherzando siamo alla merla e a carnevale (Pasqua è bassa) e non ce ne siamo praticamente accorti.
Io adoro i bullet Journals, specie quelli con la calligrafia, i disegni giapponesi , gli stickers ecc. Cioè, non il mio, che è molto poco artistico (infatti, qui non lo vedrete: adoro quei video su Insta dove si vede l’artista che con pochi semplici tratti di pennello trasforma una parola in un capolavoro – un’utente ha commentato che nel tempo che ci vorrebbe per portare a termine quello svolazzo faceva tempo a laurearsi e io mi sono molto riconosciuta. ) Nel mio bullet journal invece ci sono le scadenze, le liste di cose da fare, gli schemi di quello che devo scrivere (ha!) e anche il plan di questo blog (non il lavoro, perché per quello ho un’agenda apposta che tengo in ufficio).
Anyway qual è la mia lista di quest’anno? Che serve più che altro come un promemoria che non seguo quasi mai ma pazienza, tanto da vedere che ci sono cose che vorrei/potrei fare.
Il massif de l’Esterel, una recentissima scoperta, che non vedo l’ora di esplorare.
Il lago Bagnour (vedi alla voce, seconde possibilità)
Un giro “facile” in alta val Maira partendo dal rifugio Campo base – che a vederlo così pare di dislivello accettabile (non c’è quasi nulla di dislivello accettabile in Val Maira ma cercherò)
Il lago Toggia, perché devo tornare in val Formazza.
E due cose più turistiche: il trenino rosso del Bernina, che sono anni che voglio fare e per varie ragioni non ci sono mai riuscita, e una capitale del nord.
E voi, che volete fare quest’anno (io non ho sogni proibiti, o meglio un sogno proibito ce l’ho ma mi sa che sono fuori tempo massimo in quanto a età, per non parlare dei soldi e del tempo e no, non è il cammino di Santiago)? e scrivetelo nei commenti, su (su Insta su fb, su threads, come volete.)
Come promesso, carnevale di Viareggio – foto di Lulù
E anche quest’anno non sono andata a nessuna delle due Fiere di Sant’Orso: la mia vita ha fatto un’altra giravolta che a suo tempo vi racconterò (la mia vita ha fatto più giravolte in questi ultimi diciamo dieci anni che in tutto il periodo precedente e questa tra l’altro è una giravolta molto bella).
Però ecco un po’ di foto (come dicevo, ci sono collaboratori anche umani, non solo con la coda)
C’è un creator su Instagram @andyfilnsandhikes (Andy Neal) che promuove l’escursionismo come forma di benessere mentale. Lo capisco bene. da anni, quando sentivo la pressione salire – e soprattutto non mi sentivo bene a casa mia (a quanti succede?) partivo e andavo. In montagna per lo più. E quante volte ho tirato la meggie per essere a casa per tempo in modo da fare cena, essendo sposata a qualcuno che si sarebbe fatto cuocere un uovo solo in cao, probabilmente, di un incidente nucleare che mi avesse messo fuori compabattimento (ricordo, quando mi avevano scippata, che il Grande Longo era arrivato a casa nostra con tre o quattro teglie di roba dicendo più o meno <<se aspetti che cucini morite di fame>>).
Lo faccio adesso, ancora, che purtroppo ho solo i gatti a cui preparare la cena, che sono più o meno tignosi come lo era mio marito con le sue abitudini. Anche perché tutti abbiamo bisogno di respirare – e per chi vive nella Pianura Padana la cosa non ha un significato simbolico, ma proprio pratico: basta salire centro metri sopra al livello della pianura per rendersi conto della caligine in cui siamo avvolti.
La ben visibile caligine, nella foto.
L’outdoor è per tutti , fa bene a tutti , a tutti i corpi e a tutte le menti ( non soli ai giovani belli palestrati e magri)
A dicembre ho inizio un progetto creativo, che doveva aiutarmi a passare oltre un periodo un po’ difficile costringendomi al tempo stesso a uscire di casa: una passeggiata di almeno 15 minuti al giorno, documentata da una foto. Così avrei fatto un minimo di attività fisica sommata allo stretching mattutino, e avrei avuto delle foto “pensate”.
Qui c’è un primo risultato:
C’è molto vicino a casa – ma anche Torino (ovviamente è una scelta delle foto che mi piacevano di più) – perché finisce che resto spesso nei fatidici 500 metri intorno a me, come nel lockdown (no non sto rimpiangendo il lockdown, ma con quel che sta succedendo quasi quasi…)
Anch’io ho iniziato l’anno con un’escursione, non di così grande respiro come Amica Giovane, ma ho messo il punto, da quella persona tignosa che sono su una cosa che non avevo fatto nel 2021 (avete presente le seconde possibilità, vero? questo significa che questa primavera al rifugio Bagnour con o senza ciaspole ci arrivo di sicuro).
A dicembre del 2021 ero andata alle Gorges de Daluis ma grazie a google mi ero fatta un giro panoramico in mezzo al nulla ed ero arrivata sul posto troppo tardi per fare un’escursione: mi ero limitata a guardarle dal basso e poi ero andata a Entrevaux a vedere la fortezza. Adesso, sapendo esattamente che strada fare, ho abbandonato google e sono arrivata in circa un’ora e mezza di auto alla base del mio itinerario per il Point sublime. Di mattina e con la frontale che in ogni caso non fa male. Sapevo che l’itinerario era di circa un’ora, ho controllato cosa mi serviva (ho sempre l’attrezzatura in auto e avevo buttato dentro anche un cento grammi non particolarmente tecnico, ma poteva sempre andar bene).
Anche qui, il sentiero non presenta particolari difficoltà, intagliato com’è a mezza costa nelle rocce rosse delle gole – a meno che non soffriate proprio di vertigini, ma non si avvicina veramente mai allo strapiombo. Il primo tratto sale in un bosco di querce e castagni, poi emerge su un primo ripiano che resta proprio sopra al parcheggio presso al ponte de Boréon. Lì ho incontrato la coppia che avevo visto salire con un pastore australiano quando ero arrivata. Per quanto veloci non potevano essere arrivati sino in cima e ho il sospetto che molti si fermino lì, perché in effetti rimane al termine della salita. Invece i segnavia gialli proseguono in saliscendi a mezza costa, accompagnati da cartelli che spiegano la composizione geologica del luogo e gli animali che lo abitano. Si raggiungono così tre piattaforme successive; la seconda è una vera cabane molto utile perché riparata dal vento – dato che a seconda del punto in cui ci si trova il vento può essere forte o calmarsi del tutto. Era un posto talmente piacevole che mi sono fermata a bere e a mangiare la mia barretta energetica e poi mi sono diretta verso l’ultimo punto panoramico.
Devo essere sincera? Bello ma non straordinario: in effetti rimane nella prima parte delle gole (le cascate e il ponte de la mariée non si vedono, perché sono parecchio più avanti). E sublime, nel senso kantiano del termine no (lo so sono snob, ci metto la filosofia ovunque). La cosa che ho trovato più bella in effetti è essere sulle gole, su quella roccia meravigliosa.
La cabane e le rocce
Alla fine ho fatto tutto il percorso in auto e mi sono pure fermata a Guillaume. Nella deserta Guillaume. Dove i locali mi hanno salutata con entusiasmo.