Antropologia del Mandrognistan

Sarebbe più corretto dire antropologia dei mandrognistani (o mandrogni). I mandronistani oscillano tra l’ironia e il disincanto, come la storiella del cane che non nuota dimostra. Dovrei dire dimostrava, perché nel territorio, come ovunque, ma proprio per la sua qualità “bassa” e di passaggio molti popoli si sono avvicendati, alcuni (pochi) si sono fermati, quasi tutti hanno preferito oltrepassare i confini per giungere in luoghi più popolosi e ricchi. Sino a pochi anni fa, le attività tali da rendere anche i locali ricchi (anche popolosi, ma soprattutto ricchi) c’erano anche sul territorio. Ora ne restano due, nelle immediate vicinanze del capoluogo, che non citerò per non fare pubblicità gratuita e così nel caso potrò parlarne male.

Non essendo questo un trattato ma uno schizzo, vi sottoporrò di volta in volta episodi che possono illustrare al meglio la natura del mandrognistato doc,  episodi tutti frutto di una attenta osservazione.

EPISODIO 1- HORROR VACUI.

Per la sua natura transitoria, mancano nel Mandrognidtan città monumenti degni nota, o almeno tali da farne una meta turistica di quelle mondialmente conosciute e necessarie. Quelle presenti e pregevoli, spesso vengono accuratamente occultate e talvolta demolite con allegra nocuranza, proprio quel disincanto che nasce dalla certezza che l’impermanenza è la regola e  tanto un’altra catastrofe – grave come quelle alluvioni e pestilenze che in passato ci hanno afflitte – farebbe sempre presto a portarcela via. Tanto vale fare da soli. In una graziosa piazzetta del centro troneggia solitario e quasi schivo nella sua tranquilla bellezza, un palazzotto nobilire del Settecento appartenuto ad una nobile famiglia locale. Palazzotto che aveva superato indenne le trasformazioni della piazza e l’abbattimento di due basse case ai suoi lati, sostituite da due palazzacci incongrui, come quello che li aveva preceduti in tempi non sospetti di speculazione edilizia del secolo scorso. Insomma, un bel palazzetto, tre orrori di epoche diverse e di colori diversi scarsamente assortiti, quattro o cinque alberelli radi da sempre ritrovo di persone più avvezze alla bottiglia che all’arte.

Anni fa, una nuova amministrazione, spazzata in un soffio la tradizione  politica precedente, decise una serie di opere per farsi ricordare. Invece fu il fiume a farsi ricordare, con una alluvione, che causò lutti, danni e peggio.  Le risorse furono giustamente impiegate nella ricostruzione e di artistico, la nuova giunta pensò di collocare nella piazzetta un obelisco al neon di chiara origine fallica (forse un omaggio ad un noto slogan coniato dal suo leader) L’obelisco celodurista restò ben saldo tra le molte perplessità per parecchie amministrazioni, finché il vento cambiò e la nuova amministrazione cominciò a dire che l’obelisco era brutto (in effetti…) e politicamente rappresentava il passato. Fu chiesto ad un famoso scultore un’opera, che per lo meno ricordasse qualcosa di molto mandrognistano, il nostro personaggio simbolo. Preso così alla sprovvista, lo scultore tirò fuori da un cassetto un bozzetto dimenticato dagli anni Cinquanta come minimo, che fu fuso e corredato dal consueto distico del già citato Umberto Eco sulla pace. Il bassorilievo raffigura un contadino che tira una mucca e gli manca solo una didascalia del tipo il compagno kolkhosiano e la sua mucca (posto che alle giovani generazioni si insegni cos’è un kolkhoz) Due scultori della stessa area politica hanno espresso, magari non in pubblico, ma comunque di fronte a terzi, opinioni irriferibili davanti a minori. Un obbrobrio, insomma, anche peggiore del precedente e con l’ulteriore aggravante che nascondeva vieppiù la facciata del palazzo.

Altro giro di valzer, altra amministrazione, exit il kolkhosiano, ricollocato a fianco del Duomo (perché si converta?) dove già esiste un’altra statua popolarmente chiamata di Gagliaudo, in realtà un’immagine di Atlante.

Sulla piazzetta, fioriere  (di rame, a vederle così). Orrende.

Continua…

Aggiornamento 2018. Tornati Ad amministratori Celoduristi 4.0 reloaded.

Le fioriere con il loro contenuto un po’ acciaccato sono ancora lì . In compenso l’horror vacui si è trasferito:

In via Dossena, fioriere colorate perfette come orinatoio per cani (già arrugginite).

In piazza Santa Maria di Castello, dove le proteste dei mandrognistani ( c’è un limite anche per loro) hanno impedito un obbrobrio architettonico, ma non la risistemazione della piazza con panchine metalliche su cui in estate puoi fare il barbecue: sono in pieno sole tutto il giorno.

Questo invece è l’horror vacui artistico : il ponte di grande architetto accolto con sentimenti contrastanti dopo anni di polemiche, ricorsi e controricorsi.

Ancora senza nome ma già diventato silhouette necessaria del paesaggio, come la Tour Eiffel

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