Entrac’t III. Quello che avremmo dovuto raccontare ai nostri nipotini, se mai li avessimo avuti

Sono rimasta sola circa tre anni fa, e credo che il miglior modo di ricordare mio marito sia di raccontare una storia allegra, che forse ho già raccontato , ma è una di quelle belle storie che non si finisce mai di raccontare, almeno sino a quando l’interlocutore non ti dice, “ah, okay, la so già “. Quella che avremmo dovuto raccontare ai nostri nipotini, che però non ci sono.

Dobbiamo fare un grosso salto indietro, davvero molto grosso, seconda metà degli anni Ottanta, quando eravamo giovani belli e soprattutto magri. Sì c’è stato un tempo in cui mio marito era se non proprio magro, almeno perfettamente in forma. E camminava. Per non essere da meno, in qualche modo, ma aveva frequentato la casa estiva di Don Antonio a Torgnon, in cui io, che pure ero di quella parrocchia, non avevo mai messo piede, e quindi i suoi chilometri se li era macinati.

L’occasione di venirmi a trovare in montagna, però l’aveva data una locandina che avevo visto dalla tabaccaia di Courmayeur, quella, diciamo, non proprio cordialissima (o se preferite, di una leggendaria malmostosità). Diceva Miles Davis ad Aosta, arena della Croix Noire, £7000. Ripeto settemilalire. Nell’arena dove fanno la battaglia le mucche. Anche negli anni Ottanta, settemila lire non erano niente.

Cerco una cabina telefonica, telefono, e dopo un attimo di stupore mi dice che si attiva. Perché mio marito non aveva la macchina. Comunque, arriva un’intera comitiva, io e Silvia che eravamo su troviamo da dormire un po’ a tutti (all’Agip, al Venezia, al Roma sopra il bar, che era ed è molto trendy) e compriamo i biglietti. Per la cronaca musicale, due concerti, quell’anno, l’altro a Cagliari, così non fate fatica a cercarlo su Wikipedia.

Comunque, andiamo, the King of Cool suona con spaziale malmostosità, senza quasi girarsi a guardare il pubblico attonito e senza dire pressoché parola, ma è Miles Davis e si sta a bocca aperta in una sera calda. Torniamo un po’ intronati in quota, e il giorno dopo, adeguatamente riposati- leggi non prestissimo- andiamo a ri ri posarci in val Ferret.

Una val Ferret temporalesca

E io, la pietra dello scandalo, dico, andiamo alla bocca del ghiacciaio di Pré de Bar, che è una passeggiata che potete fare anche con le scarpe da tennis? (orrore, lo so). Il ghiacciaio, allora , arrivava quasi a filo della strada sotto il rifugio Elena. Quaranta minuti di strada, tempo limpido, nessun problema andiamo su chiacchierando, ci sediamo sui pietroni, e vediamo una nuvoletta venir fuori da dietro il Mont Dolent, e in dieci minuti il cielo si copre.

Comincio a dire, forse è meglio che scendiamo. Alla prima curva, quella del bivio per il rifugio Dalmazzi, sentiamo il primo tuono. In un secondo, per così dire, si scatena l’inferno di un temporale estivo. Fulmini vicinissimi, grandine, pioggia a catinelle. Io e Silvia avevamo il kway. Gli altri no. Vi lascio immaginare lo stato in cui l’allegra combriccola ha raggiunto la macchina (mia) nel parcheggio dell’Arnouva. Siamo rimasti tutti in mutande per asciugarci. Commento di Francesco (avrei dovuto imparare molto da quel commento lì): tu mi vuoi morto

Informazioni su alpslover

camminatrice e scrittrice, insegnante e madre - di - gatto, moglie scoordinata e ricercatrice, vive nel profondo nord.
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2 risposte a Entrac’t III. Quello che avremmo dovuto raccontare ai nostri nipotini, se mai li avessimo avuti

  1. lepadelleperdirlo ha detto:

    “Mi vogliono proprio morto” l’ha detto tale e quale lo zio Checco (italiano d’Austria) nella prima guerra mondiale quando dal fronte in Volinia (attuale Ucraina) l’hanno mandato in un ospedale per un infortunio al piede e l’hanno messo in stanza in mezzo a due ammalati di tifo…. brrrrr

    "Mi piace"

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